Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 29 luglio 2015, n. 16055. Nelle dichiarazioni diffamatorie a mezzo stampa, il danno non è in re ipsa ma va provato anche con presunzioni semplici.

In relazione ad una causa risarcitoria avente ad oggetto dichiarazioni asseritamente diffamatorie compiute a mezzo stampa, la parte che muova critiche alla valutazione compiuta dal giudice di appello, sia in fatto che in diritto, circa la natura diffamatoria dello scritto in questione e la sussistenza del relativo reato, è tenuta, in ossequio al c.d. principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, ad individuare – se del caso riproducendolo direttamente a pena di inammissibilità del motivo, il contenuto dell’articolo nella parte cui la critica si riferisce, specificando anche dove la Corte possa esaminarlo per verificarne la conformità del contenuto riprodotto rispetto a quello effettivo.diffamazione Nella diffamazione a mezzo stampa, il danno alla reputazione, di cui si invoca il risarcimento, non è `in re ipsa‘, ma richiede che ne sia data prova, anche a mezzo di presunzioni semplici, sulla base della gravità dell’offesa, della professione svolta dai danneggiati e della diffusione ed autorevolezza del quotidiano sul cui supplemento era stato pubblicato l’articolo.

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Corte dei Conti, sez. Giurisdizionale Calabria, sentenza 20.7.2015 n.153. Nella transazione stipulata fra Azienda sanitaria e paziente, il riconoscimento del danno non vincola il giudice contabile.

In seguito ad una transazione in cui l’Azienda Sanitaria ha riconosciuto il danno patito dal paziente sottoposta ad intervento chirurgico, è compito del giudice contabile, di fronte alla domanda del Procuratore regionale – volta ad ottenere dal medico, estraneo alla transazione,  la restituzione di quanto pagato dall’azienda sanitaria a titolo di danno conseguente a colpa medica – valutare se le condotte del medico imperite, imprudenti, non conformi alle linee guida siano da porre in diretta ed esclusiva relazione col fatto di danno poi risarcito dall’azienda sanitaria, posto che la relazione tra danno erariale e colpa medica risiede nel fatto che senza la seconda non vi sarebbe stato un esborso. medicoCon la conclusione che, se oltre alle condotte del sanitario convenuto nel giudizio erariale, il fatto dannoso risarcito nella fase transattiva è riconducibile anche a diverse cause, esterne (concause) e queste o non vengono valutate dall’attore o rimangono estranee al giudizio, non può concludersi per una dimostrazione del nesso di causalità e quindi per l’accoglimento della domanda.

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Corte dei conti, Sezione Giurisdizionale per la Regione Basilicata, sentenza 13.7.2015 n. 45. Risponde di danno erariale anche l’amministratore di fatto di una società di riscossione dei tributi locali.

L’omesso riversamento dei tributi locali incassati dal gestore del servizio di accertamento e riscossione determina, a titolo di dolo, un danno erariale per l’ente locale, sotto il profilo del mancato introito di somme allo stesso normativamente spettanti, con conseguente privazione di risorse finanziarie, già prelevate ai contribuenti, necessarie per lo svolgimento delle proprie funzioni istituzionali e per il conseguimento degli scopi di carattere pubblico cui la stessa istituzione dell’ente è preordinata.giunta assessore La responsabilità erariale ricade, solidalmente, sulla società titolare del servizio, sugli amministratori di diritto e sull’amministratore di fatto, cioè colui il quale si è ingerito nella gestione sociale in assenza di una qualsivoglia investitura da parte della società, presupponendo la correlativa figura che le funzioni gestorie svolte abbiano avuto carattere di sistematicità e completezza.

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Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 14 luglio 2015, n. 14635. Il Comune risponde dei danni arrecati ad un’attività commerciale trasferitasi in seguito alla chiusura di una strada.

L’estensione della strada e l’uso generale di essa da parte della collettività rilevano nell’indagine che il giudice è tenuto a compiere caso per caso per verificare se l’esercizio del potere di controllo e di vigilanza della strada da parte dell’ente che ne è proprietario sia risultato in concreto possibile, dovendo altrimenti escludersi il rapporto di custodia e ritenersi inconfigurabile la responsabilità di cui all’art. 2051 c.c.. voragineOve sia stato dimostrato che la custodia non è stata esercitata dall’ente custode delle strade e del sottosuolo, e che una voragine verificatasi non è stata determinata da eventi fortuiti non prevedibili ne prevenibili, chiara è la responsabilità oggettiva dell’ente (Comune) da sempre al corrente della situazione del sottosuolo e dei rischi collegati e non ha mai posto in essere le cautele necessarie finalizzate a rafforzare il manto stradale. Sussiste la responsabilità risarcitoria del comune proprietario della strada per i danni patiti dal titolare di un esercizio commerciale, costretto a trasferire in altro luogo la propria sede, a causa della chiusura prolungata della strada, per la notevole contrazione della propria attività commerciale e per le notevoli spese sopportate.

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Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, sentenza 10 luglio 2015, n. 14475. In appello, i documenti sono nuovi se non sono stati mai prodotti nell’intero processo.

L’art. 345, terzo comma, c.p.c. (nel testo introdotto dall’art. 52 della legge 26 novembre 1990, n. 353, con decorrenza dal 30 aprile 1995), deve essere interpretato nel senso che, i documenti allegati alla richiesta di decreto ingiuntivo, anche qualora non siano stati nuovamente prodotti nella fase di opposizione, non possono essere considerati nuovi e pertanto, se allegati all’atto di appello contro la sentenza che ha definito il giudizio di primo grado, devono essere ritenuti ammissibili. documenti 2La formula ampia scelta dal legislatore induce a ritenere che i documenti devono essere nuovi rispetto all’intero processo, non devono, cioè, essere mai stati prodotti in precedenza. I documenti prodotti in allegato alla richiesta di decreto ingiuntivo e rimasti a disposizione della controparte almeno sino alla scadenza del termine per proporre opposizione (in base a quanto disposto dall’art. 638, terzo comma, c.p.c.) e quindi esposti al contraddittorio delle parti, non possono essere qualificati nuovi nei successivi sviluppi del processo.

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In tema di compensatio lucri cum damno. Nota a: Cass. sez. III, 13 giugno 2014 n. 13537.

Gloria Sdanganelli

In tema di compensatio lucri cum damno. Nota a: Cass. sez. III, 13 giugno 2014 n. 13537

Cassazione civile, Sez. III, 14 giugno 2014, n. 13537 – Pres. Berruti – Est. Rossetti . 

Non patisce un danno (e dunque non opera il principio della compensatio lucri cum damno) la persona la quale, privata dell’ausilio economico d’un prossimo congiunto, percepisca però in luogo di esso una pensione di reversibilità che rimuova le conseguenze sfavorevoli dell’illecito.campus torino In base al principio di indifferenza – per cui il risarcimento non può creare in favore del danneggiato una situazione migliore di quella in cui si sarebbe trovato se il fatto dannoso non fosse avvenuto, immettendo nel  suo  patrimonio un valore economico maggiore della   differenza patrimoniale negativa indotta dall’illecito – dal risarcimento del danno patrimoniale patito dal familiare di persona deceduta per colpa altrui deve essere detratto il valore capitale della pensione di reversibilità percepita dal superstite in conseguenza della morte del congiunto.

SOMMARIO: 1. Premessa – 2. Il caso – 3. La compensatio come (preteso) principio generale dell’ordinamento – 3.1 Inquadramento generale dell’istituto – 3.2 L’orientamento tradizionale: gli elementi costitutivi della compensatio – 4. La critica ai vulnera dell’orientamento precedente – 5. I criteri applicabili per la soluzione del caso di specie – 6. Conclusioni

  1. Premessa

La sentenza annotata si inscrive nel solco del travagliato dibattito giurisprudenziale e dottrinale intorno alla dottrina della compensatio lucri cum danno[1]. La Suprema Corte, muovendo dalla critica delle posizioni tradizionali che ne circoscrivono l’operatività alle ipotesi in cui danno e lucro scaturiscono ambedue in modo immediato e diretto dal fatto illecito, giunge, nel caso di specie, a negare che sussista  effettivamente un danno risarcibile, presupposto per l’applicazione dell’istituto, corroborando i dubbi circa la possibilità che il nostro ordinamento possa ospitarlo al rango di (preteso) principio generale.  Continua a leggere