Consiglio di Stato, Sezione Sesta, sentenza 30 maggio 2018 n. 3246

L’apposizione del vincolo archeologico da parte della Soprintendenza per i beni archeologici, in seguito al ritrovamento di un deposito archeologico pluristratificato, con reperti risalenti a diverse epoche, dall’età del bronzo antico (II millennio a.C.) fino all’epoca altomedioevale (V-VI secolo d.C.), ed archeologicoil conseguente diniego dell’autorizzazione a svolgere lavori edilizi inerenti ad una lottizzazione, in considerazione dell’«alto valore scientifico e documentario dei beni archeologici conservati nel sottosuolo», non integrano un esproprio di fatto senza indennizzo. Le limitazioni delle facoltà dispositive e di godimento conseguenti alla dichiarazione di interesse storico-archeologico non hanno natura ablativa, bensì conformativa della proprietà privata, in quanto fissate dall’ordinamento ‒ in via generale e non in relazione a beni singoli ‒ per garantirne la funzione sociale (art. 42, secondo comma, Cost.). Inerendo siffatte prescrizioni alla configurazione interna del diritto dominicale, esse non comportano obbligo di indennizzo, anche alla stregua dell’art. 17 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europa, secondo cui l’uso dei beni posa «essere regolato dalla legge nei limiti imposti dall’interesse generale».

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testo integrale

Consiglio Stato VI, sentenza 30 maggio 2018 n.3246. Presidente:Santoro; estensore: Simeoli

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