Consiglio di Stato, Sezione Terza, sentenza 2 febbraio 2021 n. 942. Revoca per sopravvenuti motivi di pubblico interesse, per mutamento della situazione di fatto.

Pollaiolo

Essenza della revoca, quale tipico atto di secondo livello attraverso il quale si esercita il potere di autotutela della pubblica amministrazione, è proprio la rimozione di un provvedimento anteriore – valido – divenuto inopportuno per sopravvenuti motivi di pubblico interesse o per mutamento della situazione di fatto, ma anche a causa di una rivalutazione dell’interesse pubblico originariamente considerato dall’amministrazione. Essa cioè si caratterizza ontologicamente per la finalità di porre fine all’efficacia durevole del provvedimento, pur lasciandone fermi gli effetti già prodotti. In alcun modo i vizi dell’atto revocato -ma lo stesso varrebbe in caso di annullamento d’ufficio– si propagano a quello di revoca di per sé: diversamente opinando, ne diventerebbe inutile l’adozione, che mira proprio ad eliminare il provvedimento presupposto dall’ordinamento.

massima di redazione

testo integrale

Consiglio Stato Sez III sentenza 942-2021

Brevi notazioni

La sentenza in commento ha un sapore didascalico, risalente a tempi passati, in cui alla giurisprudenza amministrativa era riconosciuto il compito di ricostruire gli istituti fondamentali dell’azione amministrativa, plasmandone la sostanza con una forma da cui ricavare gli elementi strutturali e funzionali.

In quel contesto, come non ricordare Zanobini (Corso di diritto amministrativo, vol. I, Milano, 1958, 324 ss.) con la sua originale teoria della revoca, forma di rimedio contro gli atti amministrativi, non contrari al diritto, pur viziati nel merito. Come mezzo di autotutela basata su un nuovo apprezzamento dei fatti e del pubblico interesse esso va oltre l’indefinito ius poenitendi della P.A., fondato su un apprezzamento puramente subiettivo dell’utilità dell’atto emanato. Una siffatta concezione della revocabilità correlata alla indefinita facoltà dell’amministrazione di ritirare i suoi provvedimenti dell’atto ma sganciata dai suoi vizi di merito, non persuadeva l’illustre Autore, secondo il quale, la rinnovata valutazione di esigenze e circostanze ignote al tempo dell’emanazione dell’atto, attribuiva alla revoca “in senso proprio” forza effettuale ex tunc.

Diverse fortune hanno orientato l’istituto hanno fino ad approdare alla disposizione dell’art.21 quinquies, l. 241/90, che costituisce la sintesi di un lungo impegno sistematico di tanti giuristi che Zanobini non avrebbe esitato a definire, benevolmente, “revoca in senso improprio”.

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