Consiglio di Stato, Sezione VI, sentenza 18 febbraio 2019 n. 1103

Un’edificazione, per quanto realizzata sine titulo, non può per ciò stesso (e solo per questo) essere ragionevolmente inibita dal venire dotata di impianti di scarico delle acque bianche e nere, specie quando è la stessa proprietà dell’edificazione a mostrare un grado di attenzione per l’inquinamento dei sedimi e delle falde sottostanti che, altrimenti (ossia in assenza di un impianto di scarico a servizio dell’edificazione), l’uso (abitativo o meno) dell’immobile può provocare. In considerazione dei tempi notoriamente non celeri che buona parte degli enti locali impiegano per inibire e condurre ad abbattimento le edificazioni abusive, ovvero di conclusione dei procedimenti di sanatoria riguardanti tali immobili, sono idonei ad aggravare sensibilmente le condizioni dell’ambiente e del territorio le volte in cui tali edificazioni neppure risultano dotate di impianti di smaltimento dei reflui destinati, altrimenti, a disperdersi nel terreno e nell’ambiente. In presenza di istanze degli stessi privati interessati, volte a realizzare (a loro spese) collegamenti con impianti fognari già esistenti, soluzione sicuramente non ottimale è quella di un mero diniego da parte della Sopraintendenza di siffatti allacci e questo per la sola ragione formale che le edificazioni coinvolte sono sorte, appunto, sine titulo. Deve semmai essere preoccupazione delle Amministrazioni competenti, una volta che le edificazioni sine titulo risultino a tutti gli effetti abusive (perché si siano conclusi negativamente, ma formalmente, anche i relativi procedimenti di sanatoria), fare in modo che, allora, le edificazioni e tutti i relativi allacci – inclusi quelli eventualmente assentiti e realizzati nelle more dell’accertamento dell’assoluta abusività delle costruzioni – vengano rimossi, effettivamente e definitivamente, in tempi assolutamente brevi.

massima di Gloria Sdanganelli©

testo integrale

Consiglio Stato VI sentenza 1103-2019

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