Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale per la Regione Sardegna, sentenza 15 dicembre 2017 n. 160

Il pubblico dipendente nei cui confronti è stata applicata la pena per patteggiamento in ordine ai reati di associazione a delinquere e di turbata libertà degli incanti, risponde del danno all’immagine procurato alla amministrazione di appartenenza, in quanto, in disparte la indubbia risonanza sociale del reato commesso come appalti truccaticomprovato dai vari articoli di stampa versati in atti, dal comportamento delittuoso da esso serbato è derivato un vulnus al prestigio delle amministrazioni coinvolte, anche in ragione del ruolo di particolare rilievo (responsabile dell’ufficio tecnico), specie in piccole comunità. Il modo di condurre le gare, incidente, negativamente e in maniera profonda, sulla stessa organizzazione amministrativa, evidenzia la sussistenza di tutti i negativi risvolti di natura sociale, originati da un operare in cui l’interesse personale sopravanza, di gran lunga, i doveri di lealtà e correttezza imposti a ciascun pubblico dipendente. Tali risvolti sono legati alla negativa impressione suscitata nell’opinione pubblica locale, ed anche all’interno della stessa Amministrazione, mentre l’eventuale clamor fori,e la diffusione ed amplificazione del fatto operata dai mass-media, non integrano la lesione del bene tutelato, ma ne indicano semplicemente la dimensione, diventando, per tale aspetto, uno dei parametri utilizzabili per una quantificazione del danno commisurato nel doppio della somma di denaro o del valore patrimoniale di altra utilità illecitamente percepita dal dipendente, in applicazione della disposizione prevista dal comma 1-sexies dell’articolo 1 della legge 14 gennaio 1994, n. 20, come introdotto dalla legge n. 190/2012.

massima di redazione ©

testo integrale

Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale per la Regione Sardegna, sentenza 15 dicembre 2017 n. 160. Presidente: Silveri; estensore: Locci

omissis

FATTO

Con atto di citazione del 22 giugno 2017, il Procuratore regionale della Corte dei conti per la Regione Sardegna ha convenuto in giudizio l’ing. ****** ******, già responsabile del Servizio Tecnico del Comune di *****, per vederla condannare al risarcimento, in favore dell’Erario e, segnatamente, del predetto Comune, della complessiva somma di euro 13.441,56, oltre alle somme dovute per rivalutazione, interessi e spese di giustizia.

Il Procuratore Regionale ha così ricostruito i fatti posti a fondamento della pretesa erariale, originata dalla lesione all’immagine dell’Amministrazione di appartenenza.

Il Segretario Comunale di ******, con nota n. 1315 del 10 marzo 2016, aveva trasmesso copia della sentenza n. 14/2016 del Tribunale di Oristano, Ufficio del Giudice per le indagini preliminari, con la quale era stata applicata nei confronti della convenuta, ai sensi dell’art.444 c.p.p. e ss., la pena di due anni di reclusione con la sospensione condizionale. La sentenza è divenuta irrevocabile il 26 marzo 2016 (nota del giudice penale del 27 luglio 2016).

La comminazione della pena nei confronti della signora ****** era derivata dalla commissione di diversi reati, in concorso con altri soggetti, legati: a) all’affidamento di appalti di servizi per incarichi professionali di progettazione, e di appalti “integrati”, per cui era stato contestato il reato di associazione a delinquere di cui all’art. 416, commi 1 e 3 del c.p.; b) alla turbata libertà degli incanti, con riferimento alla procedura di gara ristretta, indetta dal Comune di ****** per l’affidamento dei servizi di progettazione per “la messa in sicurezza del centro abitato” (contestato il delitto di cui all’art. 353 c.p., in concorso con altri soggetti ex art. 110 c.p. e con l’aggravante di cui all’art. 112 c.p.); c) alla turbata libertà degli incanti, per gli interventi sulle strade rurali ******- Laconi ****** – Meana, in violazione del principio di rotazione; d) all’avvenuto condizionamento del procedimento di scelta del contraente per il “completamento degli impianti sportivi”, in ******; e) alle turbative di gara in relazione, ancora, all’affidamento dei servizi di progettazione “per la riqualificazione turistico ambientale del parco urbano e completamento e messa a norma degli impianti sportivi comunali”; per il “rinnovo dell’autorizzazione allo scarico delle acque reflue del depuratore comunale”; per la “Sistemazione Canale di Guardia e Interventi di mitigazione del rischio idrogeologico molto elevato nei territori comunali perimetrali PAI”, tutti indetti dal comune di ******; f) al reato di corruzione, per aver commesso atti contrari ai doveri di ufficio, consistenti nel garantire il trattamento preferenziale ai signori ****** Salvatore Paolo, ****** Rinaldo, e ai professionisti loro riconducibili nell’assegnazione degli incarichi, oggetto dei singoli delitti previamente elencati, in corrispondenza dei quali aveva percepito una somma di € 6.730,84, quale remunerazione per l’attività svolta a favore del sodalizio di cui al capo A (ovvero l’associazione a delinquere, di cui il ****** risultava il promotore, con la partecipazione di altri soggetti, analiticamente indicati in citazione).

Ad avviso del Pubblico Ministero dalle diverse condotte delittuose per le quali la signora ****** aveva patteggiato la pena, sarebbe derivato un danno all’immagine della P.A. in ragione della sussistenza di tutti i previsti requisiti: a) la sentenza penale di patteggiamento dalla quale sarebbe riscontrabile, per tabulas, l’elemento soggettivo del dolo; b) il clamor fori posto che la vicenda, assurta alla cronaca come “sindacopoli”, avrebbe avuto una notevole eco presso gli organi d’informazione, dando luogo alla pubblicazione, anche online, di diversi articoli (tra cui “la Nuova Sardegna” del 29 aprile 2015 e del 01 maggio 2015; Sardinia Post del 1° maggio 2015 e “Unione Sarda” del 19 gennaio 2016).

Inoltre, proprio in ragione della condotta illecita serbata dalla signora ******, investita di compiti istituzionali di particolare delicatezza, come quelli riguardanti l’affidamento di incarichi, opere e servizi pubblici che, in base ai principi comunitari e nazionali, deve essere improntato al massimo rispetto della trasparenza, l’immagine esterna dell’Amministrazione sarebbe risultata fortemente screditata, con conseguente venir meno della fiducia dei cittadini nella correttezza dell’azione amministrativa, e con ricadute negative nell’organizzazione amministrativa e nella gestione dei servizi in favore della collettività.

L’offesa arrecata dalla dipendente ****** ****** nei confronti del Comune, in violazione dei compiti affidati, sarebbe, pertanto, stata tale da: menomarne la funzionalità; provocare un vulnus alla credibilità e alla reputazione dell’apparato; ingenerare la convinzione che il comportamento patologico sia una caratteristica del servizio svolto.

Con riferimento alla determinazione del danno il P.M. ha ritenuto di dover fare applicazione del disposto di cui al comma 1-sexies dell’art. 1 della legge n. 20/1994, introdotto dall’art. 62 della legge c.d. “anticorruzione” del 6 novembre 2012 n. 190 (trattandosi di fatti che si sono verificati dopo l’entrata in vigore della norma), quantificando lo stesso nel doppio del profitto conseguito per effetto dei reati commessi (€ 6.720,78, come da atti del procedimento penale).

La signora ****** ****** si è costituita in giudizio con il patrocinio dell’Avvocato +++++++++, depositando all’uopo memoria difensiva in data 26 ottobre 2017 con la quale, nel chiedere l’applicazione del rito abbreviato per la definizione alternativa del giudizio, ai sensi dell’art. 130 D.lgs. n. 174/2016, sono state formulate le seguenti conclusioni: a) in via principale, che sia accolta l’istanza di rito abbreviato; b) in via subordinata, che sia respinta la domanda della Procura perché infondata in fatto ed in diritto e/o non provata; c) in via ulteriormente subordinata che sia disposta la riduzione della pretesa risarcitoria azionata in citazione. In ogni caso, che sia condannata l’attrice al compenso di avvocato, oltre spese generali C.P.A. e I.V.A., come per legge.

In ipotesi di mancato accoglimento della istanza di rito abbreviato, la difesa della convenuta ha contestato la sussistenza e la quantificazione del danno all’immagine, presuntivamente determinata nella misura richiesta in citazione, sulla scorta delle seguenti argomentazioni.

In primis, l’offesa perpetrata dalla convenuta non sarebbe stata tale da menomare la “funzionalità” dell’Ente, come sostenuto dalla Procura, in quanto ella avrebbe sempre svolto il proprio lavoro con professionalità, e conseguito gli obiettivi di risultato di volta in volta assegnati dall’Amministrazione (come da relazioni presentate dal Nucleo di Valutazione nel corso degli anni ed approvate dalla Giunta Comunale: delibere n. 28/2009; n. 34/2010; n. 35/2011; n. 18/2012; n. 19/2013 e 29/2014, prodotte in allegato alla memoria di costituzione in giudizio).

Per altro verso i risvolti mediatici dell’episodio delittuoso sarebbero stati modesti (in tutto n. 4 articoli su riviste locali), mentre lo strepitus fori sarebbe stato eliso dal pronto intervento dell’Amministrazione che avrebbe immediatamente sospeso l’ing. ******, sanzionandola poi con il licenziamento.

In ogni modo, il profitto conseguito dalla convenuta, di importo esiguo, sarebbe stato integralmente restituito (mediante versamento sul conto “entrate eventuali” del Ministero della Giustizia, come precisato in sentenza), mentre il fatto di reato commesso sarebbe stato di particolare tenuità, come desumibile dall’applicazione dell’attenuante di cui all’art. 323 bis c.p..

Proprio a cagione della particolare tenuità del fatto di reato, inoltre, il Consiglio di disciplina Territoriale dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Nuoro, dopo aver disposto la sospensione per sei mesi dall’esercizio della professione, aveva deliberato l’immediato reintegro della convenuta con atto n. 3 del 22 febbraio 2016.

Peraltro, la convenuta medesima avrebbe mostrato acquiescenza ai provvedimenti sanzionatori adottati dall’Amministrazione, così contribuendo a sopire il propagarsi della risonanza sociale del reato commesso, il cui impatto negativo si sarebbe riversato principalmente, se non esclusivamente, sulla persona dell’ing. ******, non essendo stati necessari interventi sostitutivi o riparatori, data l’assenza di ricadute negative nell’organizzazione amministrativa e nella gestione dei servizi in favore della collettività.

Il contegno processuale serbato dalla convenuta nelle sedi penale e disciplinare, in uno con l’assenza di precedenti di siffatta natura, giustificherebbe, infine, l’applicazione della riduzione dell’addebito, richiesta in via ulteriormente subordinata.

La causa è stata discussa all’udienza del 16 novembre 2017. All’apertura della discussione il Presidente ha chiesto chiarimenti sul rito abbreviato con specifico riguardo all’affermata richiesta di parere alla Procura regionale di cui, peraltro, non si ha riscontro in atti; il rappresentante del Pubblico Ministero ha precisato che per la convenuta non risulta presentata alcuna istanza di rito abbreviato, come confermato dalle ricerche esperite dal proprio ufficio. L’unica istanza rinvenuta riguarda un’altra persona, avente il medesimo cognome.

L’Avvocato ++++++++++, ha sottolineato che la difesa (comune alla convenuta e all’altra persona indicata dal P.M.), aveva chiesto un solo patteggiamento, per cui vi sarebbe stato un disguido. Ha, conseguentemente, preso atto della mancata formulazione dell’istanza per la signora ****** ******.

Nel merito della causa il rappresentante del Pubblico Ministero ha richiamato integralmente l’atto di citazione, sottolineando che gli elementi posti a base del medesimo non potrebbero considerarsi scalfiti dalle argomentazioni difensive. I fatti da cui trae origine l’azione di risarcimento del danno all’immagine non risultano contestati, e le condotte relative non potrebbero ritenersi tenui a fronte, di comportamenti corruttivi del pubblico dipendente. La vicenda che ha visto coinvolta la convenuta avrebbe travalicato i confini dell’Isola, perché è stata, per la Sardegna, di particolare gravità. Inoltre, la stessa convenuta non ha contestato la percezione di utilità illecite in conseguenza di un comportamento delittuoso, a nulla rilevando i comportamenti processuali successivamente tenuti, al fine di poter beneficiare dei vantaggi agli stessi ricollegabili. Nel ribadire che sussisterebbero tutti i presupposti per l’azionabilità del danno all’immagine, ovvero il reato commesso, l’utilità percepita, il clamor fori, ha insistito per la condanna.

L’Avvocato ******, nell’interesse della convenuta, ha richiamato le conclusioni in atti.

Considerato in

DIRITTO

  1. In via preliminare, deve essere precisato che, come emerso nel corso della discussione, l’odierna convenuta non ha mai chiesto il previo e concorde parere del pubblico ministero per il rito abbreviato, di talché non può trovare applicazione quanto stabilito dall’art. 130, comma 1 e seguenti del D.lgs. 26 agosto 2016, n. 174 (di seguito CGC) e, di conseguenza, non può essere accolta l’istanza a tal fine formulata nella memoria di costituzione in giudizio depositata il 26 ottobre 2017; rimane fermo peraltro che, anche qualora fosse stato ritualmente instaurato il relativo procedimento, il caso di specie è da intendersi ricompreso tra le ipotesi escluse dall’applicazione del rito abbreviato dal comma 4 del richiamato art. 130 CGC, trattandosi di danno all’immagine connesso anche alla percezione di dazioni illecite e, quindi, di danno derivante da «doloso arricchimento del danneggiante».
  2. Prima di esaminare nel merito la vicenda appare opportuno ripercorrere brevemente la normativa relativa alla perseguibilità e alla quantificazione del danno all’immagine davanti al giudice della responsabilità amministrativo – patrimoniale, anche in ragione del disposto di cui all’art. 51, comma 6, del Codice di giustizia contabile, il quale ha previsto che la nullità per violazione delle norme sui presupposti di proponibilità dell’azione per danno all’immagine è rilevabile anche d’ufficio, disponendo nel contempo (cfr. l’art. 4 dell’allegato 3, lettere g e h) che, a decorrere dalla data di entrata in vigore del codice, sono o restano abrogati, tra gli altri, l’articolo 7 della legge 27 marzo 2001, n. 97 e l’articolo 17, comma 30-ter, primo periodo, del decreto-legge 1 luglio 2009, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2009, n. 102.

Come è noto, l’art. 7, comma 1, della legge del 27/03/2001, n. 97, aveva previsto che la sentenza irrevocabile di condanna, pronunciata nei confronti dei dipendenti indicati nell’articolo 3 per i delitti contro la pubblica amministrazione previsti nel capo I del titolo II del libro secondo del codice penale, è comunicata al competente procuratore regionale della Corte dei conti affinché promuova entro trenta giorni l’eventuale procedimento di responsabilità per danno erariale nei confronti del condannato. Resta salvo quanto disposto dall’articolo 129 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, approvate con decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271.

Successivamente, l’art. 17, comma 30 ter, del d.l n. 78/2009, convertito, con modificazioni, in legge n. 102/2009, come modificato dall’art. 1, lett. c, del decreto legge n. 103 del 2009, convertito in legge n. 141 del 2009, aveva disposto, per quanto qui di interesse, che le Procure della Corte dei conti esercitano l’azione per il risarcimento del danno all’immagine nei soli casi e nei modi previsti dall’art. 7 della legge 27 marzo 2001, n. 97. A tale ultimo fine, il decorso del termine di prescrizione di cui al comma 2 dell’art. 1 della legge 14 gennaio 1994, n. 20, è sospeso fino alla conclusione del procedimento penale.

Sottoposta al sindacato della Corte Costituzionale (ritenendosi che l’enucleazione e limitazione ai soli reati di cui agli artt. 314-355 bis c.p. violasse plurimi precetti contenuti nella Carta fondamentale), la norma è stata ritenuta conforme a Costituzione con sentenza n. 355 del 15 dicembre 2010 (cui hanno fatto seguito le ordinanze nn. 219, 220 e 221 del 2011, di inammissibilità delle questioni nuovamente sollevate), statuendosi che il Legislatore aveva inteso circoscrivere oggettivamente i casi in cui è possibile, sul piano sostanziale e processuale, chiedere il risarcimento del danno in presenza della lesione dell’immagine dell’amministrazione imputabile a un dipendente di questa, di talché al di fuori delle ipotesi tassativamente previste di responsabilità per danni all’immagine dell’ente pubblico di appartenenza, non è configurabile siffatto tipo di tutela risarcitoria.

Il quadro normativo di riferimento si è ulteriormente complicato con la sopravvenienza di nuove disposizioni in materia di danno all’immagine e, in particolare, con l’entrata in vigore della legge n. 190/2012, recante Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione, il cui art. 1, comma 62, ha introdotto, dopo il comma 1-quinquies dell’articolo 1 della legge 14 gennaio 1994, n. 20, il comma 1-sexies, che così recita: nel giudizio di responsabilità, l’entità del danno all’immagine della pubblica amministrazione derivante dalla commissione di un reato contro la stessa pubblica amministrazione accertato con sentenza passata in giudicato si presume, salva prova contraria, pari al doppio della somma di denaro o del valore patrimoniale di altra utilità illecitamente percepita dal dipendente.

La norma ha dato luogo a difformi interpretazioni: da un lato si è sostenuta l’abrogazione implicita dell’art. 17, comma 30 ter, per tale via ritenendosi risarcibile il danno all’immagine in tutti i casi di reati comuni contro la PA, o prescindendosi da una sentenza di condanna in senso stretto (Sez. Lombardia n. 47/2014; Sez. Puglia n. 388/2014; Sez. I d’appello n. 1039/2013; Sez. I d’appello n. 372/2014); dall’altro, in maniera del tutto contrapposta, si è affermato che la norma richiamata ha ulteriormente limitato la tipologia di illeciti da cui può derivare il danno all’immagine, circoscritta alle sole ipotesi in cui vi sia stata illecita percezione di una somma di denaro o altra utilità, o accertata con condanna definitiva in sede penale (Sez. Emilia Romagna n. 57/2013; Sez. III d’appello n. 658/2013).

Il contrasto, riassunto per linee di larga massima (essendo i percorsi argomentativi contenuti nelle richiamate pronunce ben più complessi), ha trovato parziale composizione nella pronuncia delle Sezioni riunite, n. 8 del 19 marzo 2015. In tale occasione, l’organo di nomofilachia ha chiarito che le previsioni introdotte dalla legge anticorruzione n. 190/2012 all’art. 1 della L. n. 20/1994, non hanno disciplinato “ex novo” l’intera materia, limitandosi ad indicare i criteri per la quantificazione del risarcimento, ed ha ribadito il principio che l’art. 17, comma 30 ter, va inteso nel senso che le Procure della Corte dei conti possono esercitare l’azione per il risarcimento del danno all’immagine solo per i delitti di cui al Capo I del Titolo II del  Libro Secondo del codice penale.

Va però precisato che la stessa formulazione delle norme penali applicabili (art. 316 ter e art. 323 “salvo che il fatto costituisca il reato previsto dall’art. 640 bis”, o “salvo che il fatto non costituisca un più grave reato”), hanno lasciato aperta la possibilità di poter ricomprendere, tra il novero delle fattispecie per cui è esercitabile l’azione per il danno all’immagine, in presenza di una condanna irrevocabile, altre ipotesi di reato, in base ai noti criteri dell’assorbimento, specialità o sussidiarietà, anche se, ad avviso delle Sezioni Riunite, andrebbe seguita un’ottica centrata più sulle fattispecie incriminatrici legali che non sui dati fattuali (cfr. sentenza citata).

All’indomani della pronuncia delle Sezioni Riunite, pertanto, la persecuzione del danno all’immagine è stata circoscritta: alla presenza di sentenze penali passate in giudicato; alle fattispecie di reato contenute dall’art. 314 all’art. 335 bis c.p. (reati di cui al Capo I, Titolo II del codice penale, commessi contro la P.A. da pubblici ufficiali), ossia secondo i “modi” e i “casi” di cui all’art. 7 della legge 27 marzo 2001, n. 97, fermo restando che, ai sensi del comma 1-sexies dell’articolo 1 della legge 14 gennaio 1994, n. 20, come introdotto dalla legge n. 190/2012, l’entità del danno all’immagine….. si presume, salva prova contraria, pari al doppio della somma di denaro o del valore patrimoniale di altra utilità illecitamente percepita dal dipendente.

L’intervenuta abolizione, ad opera dell’art. 4 dell’allegato 3, lettere g e h, del codice contabile, delle norme che avevano, come si è visto, ristretto l’esercizio dell’azione, ed il contemporaneo mantenimento all’art. 51, comma 6, di una sanzione di nullità, rilevabile anche d’ufficio, per violazione delle norme sui presupposti di proponibilità dell’azione per danno all’immagine ha suscitato molti dubbi interpretativi, incentranti sulla valenza abrogativa dell’allegato al CGC.

Peraltro, ritiene la Sezione che l’esame di tale peculiare aspetto non sia rilevante ai fini della decisione, in quanto il caso all’esame appare connotato dalla perpetrazione di reati “propri” del pubblico dipendente (o comunque assorbiti, per quanto si dirà in appresso), in relazione ai quali è intervenuta condanna definitiva, venendo per tale via ad essere ricompreso nelle fattispecie perseguibili, anche a voler seguire l’interpretazione più restrittiva tra quelle emergenti dal panorama giurisprudenziale.

Al riguardo va evidenziato, in primo luogo, che il giudizio in sede penale si è concluso con una sentenza di “patteggiamento”, divenuta irrevocabile il 26 maggio 2016.

Detta sentenza, pur priva di efficacia nei giudizi civili o amministrativi, ai sensi dell’art. 445, comma 1 bis, c.p.p., secondo la giurisprudenza pacifica di questa Corte introduce una presunzione di colpevolezza che è onere del condannato rimuovere, mediante prova del contrario. Va, infatti, considerato che il giudice penale, prima di applicare la pena su richiesta della parte, deve verificare di non dovere pronunciare sentenza di proscioglimento dell’imputato a norma dell’art.129 c.p.p. Il fatto storico generatore della responsabilità è dunque accertato, come anche la sua imputabilità all’agente, sul piano soggettivo e oggettivo (cfr. Sezione II Centrale, sentenza n. 647 del 26/09/2017 e la giurisprudenza ivi richiamata). La sentenza a “pena patteggiata” è, quindi, una sentenza di condanna che contiene, con ogni evidenza, un’ammissione di colpevolezza che, pur non essendo invincibile, deve essere contestata alla luce di riscontri probatori di segno nettamente contrario (cfr. sentenza previamente citata).

In secondo luogo, va rimarcato che, alla convenuta, sono stati contestati, in sede penale, i reati corruttivi di cui agli art. 318, 319 e 319 bis, per tutte le gare per cui sono stati ravvisati anche altri reati, ossia quelli di cui agli articoli 416, commi 1 e 3 (associazione a delinquere – capo A sentenza), 353 c.p. (turbata libertà degli incanti), nonché art. 321, in relazione agli art. 319 e 319 bis.

Vero è che il reato di cui all’art. 353 c.p. non rientra nel novero dei reati specifici contro la P.A. (di cui al più volte citato Capo I, Titolo II del codice penale), ma altrettanto indubbio appare che nell’ottica delle fattispecie incriminatrici legali, indicata dalla SS.RR., il reato di cui all’art. 353, secondo comma c.p., assorbe il reato di cui all’art. 323 c.p., qualora la condotta sussunta nelle due figure criminose addebitate all’imputato sia la stessa, avendo l’abuso carattere sussidiario, il cui ambito di applicazione rimane circoscritto nei limiti non valicati ed invasi dalla fattispecie speciale, con la conseguenza che la norma principale, quella cioè che sanziona il reato più grave, esclude l’applicabilità della norma sussidiaria (lex primaria derogat legi subsidiariae) e quindi l’applicabilità della norma novellata di cui all’art. 323 c.p. (cfr. Cassazione,  Sez. VI Penale, sentenze del 22 luglio 1999, n. 9387 e n. 14380 del 11/12/2002).

Accertato, dunque, il pieno rispetto dei presupposti previsti per l’esercizio dell’azione risarcitoria per il danno all’immagine, va evidenziato che la difesa della convenuta, nulla eccependo sugli eventi e accadimenti come accertati in sede penale, ha contestato la sussistenza e la quantificazione del danno all’immagine come effettuata in citazione, in quanto: a) l’offesa perpetrata dalla convenuta non sarebbe stata tale da menomare la “funzionalità” dell’Ente; b) i risvolti mediatici dell’episodio delittuoso sarebbero stati modesti, mentre lo strepitus fori sarebbe stato eliso dal pronto intervento dell’Amministrazione che avrebbe immediatamente sospeso l’ing. ******, sanzionandola poi con il licenziamento; c) il profitto conseguito dalla convenuta, integralmente restituito, sarebbe di importo esiguo, e il fatto di reato commesso di particolare tenuità, come desumibile dall’applicazione dell’attenuante di cui all’art. 323 bis c.p.; d) la convenuta medesima avrebbe mostrato acquiescenza ai provvedimenti sanzionatori adottati dall’Amministrazione, così contribuendo a sopire il propagarsi della risonanza sociale del reato commesso e, infine, non sarebbero stati necessari interventi sostitutivi o riparatori, data l’assenza di ricadute negative nell’organizzazione amministrativa e nella gestione dei servizi in favore della collettività.

Al riguardo va ricordato che, l’orientamento prevalente della giurisprudenza di questa Corte, che configura il danno all’immagine quale danno-conseguenza, non elide il ricorso alla prova presuntiva al fine di far discendere dal comportamento illecito dei dipendenti, nel caso pienamente dimostrato, le conseguenze negative, ampiamente prevedibili e presumibili alla stregua dell’id quod plerumque accidit, in termini di offuscamento dell’immagine e del prestigio della P.A. interessata (cfr. Sezione II Centrale, sentenza n. 647 del 26/09/2017).

Alla stregua di tale criterio, la sussistenza e consistenza del danno all’immagine va valutata con l’utilizzo di diversi indicatori, inerenti alla natura del fatto; alle modalità di perpetrazione dell’evento pregiudizievole; alla eventuale reiterazione dello stesso; all’entità dell’eventuale arricchimento e, infine, al ruolo rivestito dal pubblico dipendente nell’ambito della Pubblica Amministrazione.

L’analisi di detti elementi fa ritenere prive di pregio le argomentazioni difensive, nessuna delle quali appare idonea a scalfire la pretesa accusatoria.

Difatti, lungi dal non aver inciso sulla “funzionalità” dell’Ente, la condotta delittuosa posta in essere dalla convenuta, in concorso con altre persone (tanto che è stato contestato il reato di associazione a delinquere), ha fatto sì che per un arco temporale non brevissimo gli appalti di servizi e gli appalti integrati commissionati dai Comuni di Belvì, ****** e ****** fossero aggiudicati a determinati professionisti, facenti parte dell’illecito sodalizio venutosi a creare, in violazione delle norme disciplinanti la materia (art. 91 d.lgs. 163/2006; art. 267 DPR 207/2010; art. 91, comma 2, 125 commi 10 e 11 codice appalti etc.), nel più totale dispregio degli interessi dell’Ente rappresentato e delle funzioni pubbliche che l’ing. ****** era chiamata a svolgere. Con il comportamento serbato è stato alterato, pertanto, il corretto svolgimento delle gare indette dalla P.A. e vulnerato, inevitabilmente, il fondamentale principio dell’imparzialità e del buon funzionamento degli uffici, posti dall’art. 97 della Costituzione.

Neppure può sostenersi che il fatto di reato commesso sia stato di particolare tenuità. L’applicazione dell’attenuante di cui all’art. 323 bis, comma 2 (come espressamente indicato nel dispositivo della sentenza penale), si radica in elementi altri e diversi dalla tenuità del reato, ovvero in quei comportamenti individuati dalla medesima norma e ravvisabili, nella specie, nella confessione resa dalla ****** (cfr. atti aff. ai nn. 214 e seguenti  e 424 e seguenti del fascicolo di Procura); nella restituzione di quanto già percepito a titolo di profitto del reato, e nella rinuncia alle ulteriori somme che, sempre in ragione dell’accordo criminoso, avrebbe dovuto percepire (derivate da incarichi ottenuti per il tramite degli altri soggetti coinvolti nel medesimo procedimento penale); in sintesi, secondo la dizione della norma, nell’avere evitato che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori e nell’essersi adoperata per assicurare le prove dei reati, per l’individuazione degli altri responsabili, ovvero per il sequestro delle somme o altre utilità trasferite.

E’ evidente, dal tenore della disposizione, che la nuova circostanza attenuante, introdotta dalla legge del 27 maggio 2015, n. 69, sia ad effetto speciale (per i delitti previsti dagli  articoli  318,  319,  319-ter, 319-quater, 320, 321, 322 e 322-bis) e possa configurarsi come misura “premiale” per coloro i quali, disposti a collaborare, consentano di far luce nei reati di corruzione e di induzione indebita, la cui scoperta e persecuzione, di indubbio interesse per la pubblica opinione, diventa sempre più difficile da ottenere.

Per contro, rimane acclarato e incontestato il reiterato comportamento delittuoso, concretizzatosi in plurime condotte, tutte parimenti riprovevoli e di estrema gravità, come emerge dalla stessa sentenza e dalle motivazioni dell’ordinanza del 24 giugno 2015, con la quale era stata concessa alla convenuta la misura degli arresti domiciliari, in luogo della custodia in carcere (aff. 399 e seguenti degli atti di causa) che, spinte da interessi tutt’altro che pubblici, hanno portato la convenuta: a) a influire sui funzionari degli uffici tecnici comunali; b) a mettere le proprie funzioni pubbliche al servizio del sodalizio (che usava metodi tutt’altro che urbani, ivi comprese minacce nei confronti dei pubblici dipendenti recalcitranti e delle imprese non colluse; cfr. sentenza penale capo A); c) a non rilevare, in diverse occasioni, l’incapacità a contrarre di coloro che risultavano vincitori della gara, nella quale faceva parte della Commissione, escludendo pretestuosamente altri partecipanti; d) addirittura a frazionare l’oggetto dell’appalto, al fine di assicurarne l’affidamento ai partecipanti al sodalizio criminoso.

Vero è, inoltre, che dal complesso degli atti acquisiti dalla Procura regionale e versati in causa, emerge una situazione preoccupante, in cui la reiterata violazione dei doveri d’ufficio da parte della ****** è stata consapevole e voluta, attraverso un sistema diretto ad attuare una gestione privatistica degli appalti e incarichi professionali pubblici e, soprattutto, dettata dall’esigenza di garantirsi un profitto che, solo all’esito del processo penale, si è attestato nell’importo indicato dal P.M. erariale.

Deve essere evidenziato, infatti, che la stessa Ing. ****** ha rinunciato (sempre a processo penale più che avviato, e dopo che si trovava agli arresti domiciliari) agli altri incarichi, e relativi compensi, in essere presso il Comune di Belvì, per un importo pari a € 11.751,02 (cfr. nota in data 6 novembre 2015, affoliata ai nn. 223-225 del fascicolo di Procura), ottenuti attraverso l’organizzazione cui si è più volte fatto riferimento.

Ne consegue che, il “profitto” del reato era stato concordato in termini ben più elevati (la convenuta, quale rappresentante legale della società ESSEVU s.a.s., sciolta con atto notarile in data 19 novembre 2013, aveva, peraltro, già ricevuto una parte dei compensi).

Non può, dunque, sostenersi, come la difesa pretende, che il profitto sia stato di importo esiguo: la somma di € 6.720,78, indicata dalla Procura erariale e posta a base della quantificazione del danno, è “ciò che rimane”, dopo l’avvio delle indagini penali e la rinuncia di cui si è detto, a nulla rilevando che, dopo aver percepito tale somma quale compenso per aver illecitamente frazionato l’oggetto dell’appalto per la “Sistemazione Canale di Guardia e Interventi di mitigazione del rischio idrogeologico molto elevato nei territori comunali perimetrali PAI”, indetto dal Comune di ****** (cfr. capo G sentenza), la stessa convenuta abbia provveduto al versamento della somma. Tale comportamento era, all’evidenza, atto presupposto per poter presentare istanza di “patteggiamento della pena”, in ragione delle modifiche introdotte dalla legge del 27 maggio 2015, n. 69, per cui, ai sensi dell’art. 444 comma 1 ter (inserito dalla legge citata), l’applicazione della pena su richiesta delle parti è subordinata alla restituzione integrale del prezzo o del profitto del reato.

Neppure possono essere condivise le ulteriori argomentazioni difensive, relative all’assenza di strepitus fori, o di interventi sostitutivi o riparatori o, ancora, di ricadute negative nell’organizzazione amministrativa e nella gestione dei servizi in favore della collettività.

Contrariamente a quanto sostenuto, la risonanza sociale del reato commesso vi è stata, come comprovato dai vari articoli di stampa versati in atti; del pari è evidente che dal comportamento delittuoso serbato dalla convenuta sia derivato un vulnus al prestigio delle amministrazioni coinvolte, anche in ragione del ruolo, di particolare rilievo, specie in piccole comunità, svolto dalla convenuta medesima (responsabile dell’ufficio tecnico).

Indubbio appare, inoltre, che come già evidenziato un siffatto modo di condurre le gare abbia inciso, negativamente e in maniera profonda, sulla stessa organizzazione amministrativa e su un ufficio delicatissimo, come quello tecnico, proprio in ragione delle modalità attraverso le quali il sodalizio di cui l’ing. ****** faceva parte, ha operato.

Ciò fa ritenere sussistenti tutti i negativi risvolti di natura sociale, originati da un operare in cui l’interesse personale sopravanza, di gran lunga, i doveri di lealtà e correttezza imposti a ciascun pubblico dipendente. Tali risvolti sono legati alla negativa impressione suscitata nell’opinione pubblica locale, ed anche all’interno della stessa Amministrazione, mentre l’eventuale clamor fori, e la diffusione ed amplificazione del fatto operata dai mass-media, non integrano la lesione del bene tutelato, ma ne indicano semplicemente la dimensione, diventando, per tale aspetto, uno dei parametri utilizzabili per una quantificazione del danno, sempre che tale operazione sia possibile, in ragione del disposto di cui al comma 1-sexies dell’articolo 1 della legge 14 gennaio 1994, n. 20, come introdotto dalla legge n. 190/2012, in forza del quale l’entità del danno all’immagine, salva prova contraria, è pari al doppio della somma di denaro o del valore patrimoniale di altra utilità illecitamente percepita dal dipendente.

Nella vicenda, l’esame dei fatti, la gravità dei comportamenti serbati e l’altrettanto grave detrimento dell’immagine dell’Amministrazione di appartenenza, non rendono possibile inferire alcun elemento che possa indurre ad una diversa quantificazione del danno rispetto a quello previsto dalla norma, non potendo assurgere a valore di prova contraria le deduzioni e argomentazioni difensive come più sopra illustrate.

Ne consegue che l’ing. ****** debba ritenersi responsabile dell’intero importo contestato in citazione, non potendo trovare applicazione, a fronte di un comportamento chiaramente connotato da dolo, l’invocato esercizio del potere di riduzione dell’addebito.

Ella risulta, pertanto, debitrice, nei confronti del Comune di ******, della complessiva somma di euro 13.441,56.

Sulla detta somma, per la quale va pronunciata condanna, è altresì dovuta, in conformità al prevalente indirizzo di questa Corte, la rivalutazione monetaria da calcolarsi secondo indici ISTAT a decorrere dalla data dell’evento dannoso (la quale data va fissata al 23 novembre 2014, momento in cui sono cessate le condotte criminose protrattesi nel tempo), e fino alla pubblicazione della presente sentenza.

Dalla data di detta pubblicazione, e sino al soddisfacimento del credito sono altresì dovuti, sulla somma come sopra rivalutata, gli interessi nella misura del saggio legale fino all’effettivo pagamento. Le spese seguono la soccombenza, ai sensi degli art. 91 c.p.c., e 31 D.lgs. n. 174 del 2016.

PER QUESTI MOTIVI

la Corte dei conti, Sezione giurisdizionale per la Regione Sardegna, definitivamente pronunciando condanna l’ing. ****** ****** a pagare, a titolo di risarcimento di danno, a favore del pubblico erario e segnatamente del Comune di ******, la somma di euro 13.441,56 (diconsi euro tredicimila quattrocento quarantuno/56), oltre rivalutazione monetaria e interessi legali da calcolarsi nel modo e con le decorrenze precisati in motivazione;

– condanna altresì la convenuta soccombente al pagamento, a favore dello Stato, delle spese processuali, che fino alla presente fase di giudizio si liquidano nell’importo di euro 363,54 (diconsi euro trecentosessantatre/54).

Così deciso in Cagliari, nella camera di consiglio del 16 novembre 2017.

L’ESTENSORE                                                       IL PRESIDENTE

f.to Maria Elisabetta LOCCI                                                   f.to  Angela SILVERI

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