Corte di Cassazione, ordinanza 25 maggio 2020, n. 9547. Servitù di pubblico passaggio, spossessamento e prova del danno.

 

Marinus Van Reymerswaele

Nell’ipotesi in cui una strada già assoggettata a servitù di pubblico passaggio sia stata illegittimamente occupata da un Comune, il riconoscimento del danno derivante dallo spossessamento postula la verifica dell’effettiva immutazione della precedente situazione di possesso del suolo, la quale implica a sua volta la prova delle concrete modalità di esercizio della servitù e degli ulteriori residui poteri, facoltà o utilità sottratti al proprietario rispetto a quelli già perduti per effetto dell’esistenza della stessa, non risultando sufficienti ad affermare l’avvenuta interversione del possesso da parte del Comune né l’esercizio di facoltà ricomprese nella servitù di uso pubblico (quali l’esercizio di poteri di polizia sulla strada, il servizio di pubblica amministrazione, l’apposizione dei numeri civici sui fabbricati, l’esecuzione di lavori di manutenzione o del manto stradale, etc.) o che non sono di per sé idonee ad incidere sulla situazione possessoria (quali la destinazione a strada pubblica nell’ambito del piano regolatore o l’inclusione della strada nella toponomastica cittadina), e nemmeno l’apertura di accessi sulla strada a favore di fondi latistanti (riconducibile al comportamento di singoli privati esorbitanti dai limiti della servitù), ma dovendosi accertare le concrete modalità con le quali l’ente pubblico abbia di fatto usurpato il completo possesso uti dominus della strada, con conseguente perdita della disponibilità da parte del proprietario.


 

 

Il caso sottoposto alla Corte di Cassazione ha ad oggetto la richiesta di risarcimento danni a seguito dell’occupazione illegittima di alcuni immobili da parte del Comune – sul cui territorio si estendono i suddetti beni – per la realizzazione di opere di urbanizzazione primaria.

Nello specifico, il proprietario dei fondi ha proposto ricorso per Cassazione al fine di ottenere la riforma della sentenza della Corte di Appello che, confermando quanto statuito già in primo grado, rigettava la domanda di restituzione dei beni e condannava l’ente locale al pagamento di una somma di denaro per il pregiudizio sofferto per la perdita del diritto di proprietà.

Nei termini appena descritti, l’ordinanza evidenzia due rilevanti questioni: una di carattere processuale e l’altra di carattere sostanziale.

La prima riguarda il contenuto del ricorso che, ai sensi dell’art. 366, c.p.c., deve rispettare il principio di matrice giurisprudenziale dell’autosufficienza, “che trova la propria ragion d’essere nella necessità di consentire al giudice di legittimità di valutare la fondatezza del motivo senza dover procedere all’esame dei fascicoli di ufficio o di parte” (v. Cassazione civile sez. VI, 03/02/2020, n.2407). Difatti, la disposizione indica gli elementi che, a pena di inammissibilità, devono sussistere e, tra questi, l’indicazione dei motivi posti alla base dell’impugnazione, nonché gli atti e i documenti a fondamento del ricorso. Per quanto qui interessa, questi presupposti si caratterizzano per la specificità, completezza e per la riferibilità alla decisione impugnata (v. Cassazione civile sez. III, 20/02/2006, n.3654).

Nel caso di specie, la Corte ha ritenuto il ricorso inammissibile poiché i due motivi di impugnazione hanno rappresentato i fatti di causa in forma generica e gli stessi si sono rivelati privi di argomentazioni esaurienti e complete, influendo, inevitabilmente, sulla seconda questione.

Quest’ultima riguarda il riconoscimento del danno per occupazione illegittima di un immobile.

Nella vicenda in esame il Giudice di secondo grado ha dichiarato l’illegittimità dell’occupazione dei suoli del privato da parte del Comune. Di qui, la richiesta di risarcimento dei danni patiti per la perdita della proprietà sulla base della natura dei fondi non alla data di instaurazione del giudizio – come invece si è proceduto – bensì alla più risalente costituzione della servitù di uso pubblico.

Ebbene, la questione concerne le conseguenze derivanti dalla occupazione sine titulo. In via generale e ordinaria, l’art. 834, c.c., prevede che nessuno possa essere privato dei beni di cui è titolare, salvo che ricorra una causa di pubblico interesse; in questo caso sarà elargita una giusta indennità.

La disposizione, rifacendosi al dettato costituzionale di cui all’art. 42, prevede un contemperamento di interessi, nel quale prevale quello generale su quello privato. Il sacrificio del proprietario sarà compensato dall’indennizzo. Nel differente caso in cui l’occupazione del bene non sia preceduta da un provvedimento ablatorio, questa si tradurrà in una «occupazione usurpativa», inquadrabile in una condotta illecita, risarcibile ex art. 2043 c.c.

Nel caso in oggetto, il privato lamenta che il quantum del risarcimento dovesse essere commisurato al valore che il fondo aveva al tempo della costituzione della servitù – ex art. 825, c.c. – formalizzata con il Piano regolatore generale del 1989 ma risalente ad epoca ancora anteriore. Diversamente, il Giudice di secondo grado avrebbe erroneamente computato l’entità dei danni sulla base del valore del bene al momento della perdita della proprietà, riconducibile alla data nel quale è stato introdotto il giudizio.

La Corte di Cassazione, riprendendo un precedente giurisprudenziale, chiarisce che qualora una strada già assoggettata a servitù di pubblico passaggio sia stata illegittimamente occupata da un Comune, ai fini risarcitori, il ricorrente dovrà indicare, necessariamente, la data nella quale è stata costituita la servitù, nonché le modalità con le quali è stata esercitata. In tal senso, si procederà ad una comparazione dei poteri e facoltà residuati al proprietario in epoca antecedente e successiva alla occupazione, valutando concretamente il pregiudizio sofferto; quest’ultimo non può ritenersi sussistente in re ipsa (v. Cass. civ. sez III, 25 maggio 2018).

All’opposto, nel caso de quo, la mancata allegazione dei fatti volti ad accertare la intervenuta servitù di uso pubblico nel periodo antecedente rappresentato dalla parte ha fatto propendere per l’inammissibilità della domanda, data la genericità della stessa.

 

massima e commento di Nicoletta Palazzo©

testo completo della sentenza

Cass Sez.VI 9547-2020

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