Corte di Cassazione, Sezione Seconda Penale, sentenza 12 febbraio 2021 n. 5615. Peculato e confisca.

A. Roslin

In tema di peculato, il sequestro preventivo, funzionale alla confisca per equivalente disciplinata dall’art. 322-ter, comma 1, c.p., può essere disposto, in base al testuale tenore della norma, soltanto per il prezzo e non anche per il profitto del reato.

Massima e commento di Luca Sdanganelli


Nella vicenda in esame, dal materiale probatorio acquisito risultava che il ‘prezzo’ pagato dagli imputati beneficiari delle erogazioni pubbliche al funzionario pubblico, come corrispettivo della sua attività illecita, era rappresentato da una quota del profitto indebito ottenuto attraverso l’attività illecita. Il fine ultimo dell’operazione illecita, con il concorso dei vari soggetti beneficiari delle contribuzioni, era quello di appropriarsi indebitamente delle provvidenze erogate a titolo di contributi per le calamità; questo risultato era ottenuto grazie all’intermediazione del pubblico ufficiale addetto alla gestione dei fondi pubblici, il quale veniva ‘ricompensato’ per tale opera con una quota delle erogazioni pubbliche illecitamente conseguite. Il ‘profitto’ del reato di peculato commesso in concorso con gli imputati viene quindi integrato dall’importo complessivo delle erogazioni pubbliche illecitamente conseguite, mentre il ‘prezzo’ va individuato nella quota delle stesse somme di esclusiva spettanza del funzionario pubblico.

Le Sezioni Unite hanno manifestato piena consapevolezza del fatto «che – mentre nella corruzione la somma percepita dal pubblico ufficiale costituisce ‘prezzo del reato’ ogni qualvolta sia stata data o ricevuta come controprestazione per lo svolgimento dell’azione illecita – la maggior parte degli altri reati previsti dal primo comma dell’art. 323 ter cod. pen. non risultano caratterizzati dall’esecuzione nella dinamica delittuosa da illecite prestazioni corrispettive, sicchè il beneficio economico conseguito dal reo non può che identificarsi nel ‘profitto del reato’». Per tali delitti la confisca del ‘prezzo’, inteso come compenso dato o promesso per indurre, istigare o determinare un altro soggetto a commettere il reato, appare ipotesi quasi puramente scolastica, tale comunque da svuotare l’istituto della confisca per equivalente della gran parte della sua valenza operativa.

È necessario quindi soffermarsi sulle vicende concrete, al fine di comprendere se (ed eventualmente in che misura) le relazioni intercorse tra il soggetto che già aveva la disponibilità giuridica dei fondi e, dall’altro, i soggetti privati coinvolti ( presentazione delle istanze, sottoscrizione degli atti necessari all’emissione dei mandati di pagamento, ecc.), avessero o meno dato luogo ad accordi per un passaggio di danaro qualificabile tecnicamente come “prezzo” del reato, secondo la definizione pacificamente accolta dalla giurisprudenza di legittimità: quella appunto di “compenso dato o promesso ad una determinata persona come corrispettivo dell’esecuzione dell’illecito”.

Qualora il prezzo o il profitto c.d. accrescitivo derivante dal reato sia costituito da denaro, la confisca delle somme depositate su conto corrente bancario, di cui il soggetto abbia la disponibilità, deve essere qualificata come confisca diretta e, in considerazione della natura del bene, non necessita della prova del nesso di derivazione diretta tra la somma materialmente oggetto della ablazione e il reato. Inoltre in tema di sequestro preventivo finalizzato alla confisca prevista dall’art. 322 ter cod. pen., costituisce “profitto” del reato anche il bene immobile acquistato con somme di danaro illecitamente conseguite, quando l’impiego del denaro sia causalmente collegabile al reato e sia soggettivamente attribuibile all’autore di quest’ultimo.

Cass Pen sez II sentenza n.5615-2021

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