Corte dei conti, Sezione Giurisdizionale per la Regione Emilia-Romagna, sentenza 26 marzo 2018 n.72

L’annullamento da parte del giudice del lavoro, con sentenza priva di effetti reintegratori passata in giudicato, del licenziamento per giusta causa del direttore generale di un’azienda pubblica per mancanza di contestazione degli addebiti ex art. 7 della legge n. 300/70, relativi alla condotta disciplinarmente rilevante anche alla fattispecie del licenziamento per giusta causa del personale inquadrato nella categoria contrattuale dirigenziale, licenziatoè fonte di responsabilità amministrativa dei componenti del consiglio di amministrazione dell’ente che ha adottato il censurato recesso. Se il comportamento gestorio del Consiglio di amministrazione  fosse stato rispettoso della rituale instaurazione della procedura disciplinare nei confronti del direttore generale licenziato, la plausibile fondatezza del recesso datoriale intimato per giusta causa, a fronte della condotta disciplinarmente rilevante, avrebbe scongiurato un oneroso esborso per l’erario a titolo risarcitorio e di spese di giudizio. Sussiste il presupposto per l’esercizio del potere riduttivo del danno erariale a fronte di un comportamento comunque maldestro, imperito e negligente, sì da compromettere anche il conseguimento delle finalità perseguite, e, nondimeno, effettivamente ispirato dall’intento, che costituisce motivo di particolare valore morale e sociale (cfr. art. 62 n.1 c.p.), di perseguire l’effettivo o presunto interesse dell’Azienda attraverso l’allontanamento dal servizio di un dipendente cui, a torto o a ragione, si riteneva di addebitare, in tutto o in parte, una condotta contraria all’interesse dell’Azienda medesima.

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Corte d’Appello di Genova, Sezione Lavoro, sentenza 29 novembre 2017 n.478

E’ contraria al canone di buona fede e correttezza del datore di lavoro pubblico la sospensione provvisoria delle indennità relative alla posizione  di alta professionalità impiegato pubblicosul presupposto dell’affievolimento del rapporto fiduciario con la P.A. a causa di una condanna penale a carico del dipendente e dell’avvio di un procedimento disciplinare. Anziché incidere sulla parte economica correlata allo svolgimento delle funzioni inerenti all’incarico di alta professionalità, l’amministrazione avrebbe dovuto, a seguito dei fatti di rilievo penale e disciplinare, destinare il dipendente ad altro incarico, facendo venire meno il titolo per il riconoscimento dell’alta professionalità – in ordine al quale non sussiste il diritto del dipendente ad ottenerlo – e del pagamento della conseguente indennità.

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Tribunale di Torino, Sezione Lavoro, sentenza 9 maggio 2017 n. 576

L’assoluzione del pubblico dipendente comunale a conclusione del processo penale per truffa aggravata e peculato al quale era stato sottoposto non impedisce il procedimento disciplinare a suo carico, potendo i fatti essere rivalutati in quella diversa sede non certo nella loro consistenza oggettiva, ciò che effettivamente è precluso dalla sentenza di assoluzione, bensì nella loro rilevanza ai fini di integrare la distinta fattispecie disciplinare. In sede disciplinare, l’amministrazione è libera di valutare autonomamente gli atti del procedimento penale, senza necessità di una ulteriore ed autonoma istruttoria, e di avvalersi dei medesimi atti, in sede d’impugnativa giudiziale, per dimostrare la fondatezza degli addebiti.procedimento disciplinare
L’avere timbrato la propria presenza in servizio in orari in cui il dipendente si trovava presso la propria abitazione o in altro luogo diverso dalla sede di servizio e per motivi estranei al proprio ufficio costituisce elusione dei sistemi di rilevamento elettronici della presenza e dell’orario o manomissione dei fogli di presenza o delle risultanze anche cartacee degli stessi. Eludere significa sottrarsi ad un controllo ed indubbiamente l’utilizzo del badge in modo improprio impedisce al datore di lavoro di controllare l’effettiva presenza in servizio del dipendente, esigenza nella specie ancora più pregnante tenuto conto che l’attività lavorativa si svolgeva per lo più al di fuori dell’ufficio

Massima di Gloria Sdanganelli © Continua a leggere

Tribunale di Lamezia Terme, sezione Lavoro, sentenza 10.11.2015 n. 450. Non sussiste rapporto di lavoro con il custode di una palestra di una società sportiva dilettantistica in mancanza di potere direttivo e controllo del Presidente.

Nei confronti di una società sportiva dilettantistica di pallavolo, va escluso il rapporto di lavoro subordinato con il ricorrente, che assume di aver svolto le mansioni di custode in regime di subordinazione, mancando l’assoggettamento  al potere disciplinare del Presidente p.t. dell’Associazione o di altri dirigenti, Infatti il potere datoriale (direttivo, disciplinare e di controllo) non può esaurirsi in una mera situazione di fatto, dovendo invece costituire l’espressione di un diritto e di un correlativo obbligo. Per integrare la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato, dunque, occorre non solo che il lavoratore sia assoggettato al potere direttivo, disciplinare e di controllo del datore, bensì che ciò faccia in adempimento di un obbligo contrattuale. palestra pallavoloAi fini della prova circa l’assoggettamento del lavoratore al potere direttivo del datore di lavoro non è tanto il fatto che il lavoratore esegua la propria prestazione nell’ambito di un orario predeterminato (circostanza, comunque, non dimostrata nel caso di specie), quanto piuttosto il fatto che tale comportamento gli sia imposto, nel senso che egli non possa discostarsene senza ottenere la previa autorizzazione del datore di lavoro e che, in mancanza di autorizzazione, vada ad esporsi a reazioni sanzionatorie poste in essere dalla controparte nell’esercizio del potere disciplinare.

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Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 28 aprile 2015, n. 8590. Il tecnico non può pretendere dal chirurgo il ruolo in sala operatoria se, a causa di un suo inadempimento, è stato sanzionato disciplinarmente.

Il mancato affidamento di compiti in sala operatoria non va qualificato come sanzione disciplinare, ma il comportamento datoriale si giustifica sul rilievo che, a causa di una precedente inadempienza, registratasi durante un intervento operatorio per la quale il tecnico era stato sanzionato disciplinarmente, il chirurgo aveva declinato la sua sala operatoriacollaborazione in sala operatoria. In tal senso, ragioni organizzative e funzionali possono imporre una diversa distribuzione dei compiti anche in considerazione del comportamento del tecnico di sala che aveva determinato una non affidabilità da parte del primario chirurgo ad avvalersi della sua collaborazione.

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