Consiglio di Stato, Sezione Quarta, sentenza 15 dicembre 2017 n. 5908

Nell’ipotesi di impugnazione di titoli edilizi, la sussistenza del requisito della mera vicinitas non costituisce elemento sufficiente a comprovare la legittimazione a ricorrere e l’interesse al ricorso, occorrendo invece la positiva dimostrazione di un danno che attingerebbe la posizione di colui il quale insorge giudizialmente. Il criterio della vicinitas vicinatose è idoneo a definire la sussistenza di una posizione giuridica qualificata e differenziata in astratto configurabile come interesse legittimo, tuttavia non esaurisce le condizioni necessarie cui è subordinata la legittimazione al ricorso, dovendosi da parte di chi ricorre fornire invece la prova del concreto pregiudizio patito e patiendo (sia esso di carattere patrimoniale o di deterioramento delle condizioni di vita o di peggioramento dei caratteri urbanistici che connotano l’area) a cagione dell’intervento edificatorio. Il sistema così disegnato è armonico rispetto alla disciplina disegnata anche dal codice civile e dalle leggi speciali succedutesi: a ben guardare, il vicino vede protetta la propria sfera giuridica attraverso la inderogabile disciplina dettata in materia di distanze; ma laddove ipotizzi in suo danno un pregiudizio discendente da altre violazioni ha il dovere di dedurlo e provarlo.

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Corte d’Appello di Torino, I Sezione Civile, sentenza 6 luglio 2017 n. 1497

Negli appalti pubblici il Registro di contabilità costituisce l’unico strumento idoneo a ricevere le riserve avanzate dall’appaltatore, poiché in esso devono essere annotate tutte le lavorazioni e le somministrazioni fornite dall’appaltatore comprese quelle ulteriori rispetto alle opere richieste dall’Amministrazione. L’onere dell’appaltatore di formulare tempestiva riserva per maggiori pretese rispetto al corrispettivo pattuito insorge nel momento in cui quei fatti emergano con evidenza secondo criteri oggettivi e di media diligenza, fermo restando il differimento della precisa quantificazione di dette maggiori pretese dopo il definitivo consolidarsi del pregiudizio economico subito e senza che sia consentito all”imprenditore riserve lavori pubblicidi sostituire la ragione indicata nel registro di contabilità con altra causale in precedenza non indicata. E’ causa di inammissibilità e decadenza l’iscrizione delle riserve, per la prima volta, nel Certificato di collaudo e, quindi, tardivamente. L’onere di formulare le riserve nel registro di contabilità non è previsto per un dovere di lealtà contrattuale e per l’esigenza di tempestivi controlli, ma specialmente nell’interesse pubblico di consentire all’amministrazione appaltante la tempestiva verifica delle contestazioni, attesa la necessità della continua evidenza della spesa dell’opera in funzione della corretta utilizzazione e della eventuale integrazione dei mezzi finanziari per essa predisposti. Qualora l’appaltatore introduca varianti di sua iniziativa, o qualora, pur avendone ricevuto l’ordine scritto del direttore dei lavori, non si sia accertato dell’esistenza della loro preventiva approvazione da parte dell’amministrazione ed abbia perciò attuato le varianti in assenza di tale approvazione, queste sono da considerare arbitrariamente eseguite dall’appaltatore e perciò illegittime. L’appaltatore non può pretendere l’ulteriore compenso per il maggior pregio delle lavorazioni effettuate neppure a titolo di arricchimento senza causa ai sensi dell’art. 2041 c.c., dovendosi ritenere tale azione preclusa dall’esistenza nei suoi riguardi dell’espresso e perentorio divieto legislativo di introdurre varianti arbitrarie e della sancita esclusione di ogni compenso in caso di violazione del divieto stesso.

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Consiglio di Stato, Sezione Quinta, sentenza 25 maggio 2017 n. 2458

Non opera il dovere del giudice amministrativo di accertare l’illegittimità degli atti impugnati ai fini risarcitori (art. 34, comma 3, c.p.a.), ove il ricorso contro il provvedimento di esclusione dalla gara o contro quello di aggiudicazione provvisoria sia divenuto improcedibile nel casogara appalto di omessa impugnazione dell’aggiudicazione definitiva successivamente intervenuta, perché solo con questa si conclude il procedimento concorsuale. La norma invocata dall’appellante opera, infatti, a patto che sussistano le condizioni per poter esaminare nel merito la domanda, ancorché al più limitato scopo dell’accertamento dell’illegittimità dell’atto impugnato ai fini dell’azione risarcitoria; condizioni che non sussistono stante l’acclarata improcedibilità del ricorso di primo grado, preclusiva della delibazione della fondatezza delle censure prospettate

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Tribunale di Roma, Seconda Sezione Civile, sentenza 18 aprile 2017 n. 7693

Gloria Sdanganelli

Commento a sentenza del Tribunale di Roma, n.7693 del 18 aprile 2017

Non sussiste la pretesa risarcitoria avanzata dal medico che ha frequentato corsi di specializzazione non remunerati, per mancato adeguamento del legislatore statale alle direttive comunitarie, dovendosi escludere che le direttive emanate sanità europain materia abbiano imposto agli Stati membri il vincolo di conformare la disciplina dello specializzando medico a quella di un dipendente dell’amministrazione sanitaria, ovvero abbiano offerto criteri di commisurazione della remunerazione da considerare adeguata.

  1. Premessa

La sentenza annotata affronta il tema della configurabilità della responsabilità risarcitoria dello Stato italiano per il mancato recepimento delle direttive europee in materia di adeguata retribuzione per i medici specializzandi presso strutture sanitarie pubbliche. Mentre le fonti del diritto dell’Unione Europea forniscono una compiuta disciplina per i soli profili di responsabilità degli Stati membri nei confronti delle istituzioni comunitarie, esiste una evidente lacuna in termini di diritto positivo per quanto attiene alle ipotesi di responsabilità degli Stati membri nei confronti dei singoli, persone fisiche e giuridiche[1].

L’analisi ricostruttiva del quadro storico e normativo applicabile alla fattispecie consente al Tribunale di Roma di valorizzare il potere discrezionale di cui gode ogni stato membro nell’implementare il contenuto di una direttiva europea, giungendo a negare che nel caso concreto possa configurarsi un inadempimento del legislatore nazionale per mancata o inesatta trasposizione di norme comunitarie entro l’ordinamento interno.

  1. Il caso

La fattispecie concreta origina dal mancato recepimento della direttiva C.E.E. n. 93/16 del 5.4.1993 e dalla ritardata applicazione degli artt. 37/42, D.lgs. 368/1999, i quali hanno consentito, a livello comunitario e poi nazionale, il riconoscimento del diritto del medico specializzando a percepire un’adeguata remunerazione per l’attività professionale medio tempore espletata presso le strutture sanitarie statali.

Su tale presupposto, i ricorrenti, i quali avevano completato il percorso di specializzazione in un tempo antecedente all’adeguamento dell’ordinamento interno alle norme sovranazionali, adivano il Tribunale di Roma chiedendo, in particolare, (i) il pagamento della differenza retributiva tra la somma realmente percepita e quanto avrebbero ottenuto in virtù della effettiva disciplina di attuazione; (ii) il pagamento del danno patrimoniale come conseguenza dell’illecito civile imputato allo Stato italiano; (iii) in subordine, il pagamento dell’indennizzo spettante a fronte dell’ingiustificato arricchimento della P.A.

Il Tribunale declina, in primo luogo, la pretesa risarcitoria dei ricorrenti incentrata sul cd. interesse positivo differenziale. Nel caso di specie, infatti, la legittimazione passiva spetta non già allo Stato italiano, bensì all’Ente presso il quale fu conseguita la specializzazione, e con la quale i medici intrattengono il rapporto giuridico dedotto in causa.

In merito al secondo motivo dedotto in giudizio, dopo aver riconosciuto la Presidenza del Consiglio dei Ministri quale legittimata processuale passiva in virtù del suo ruolo di promotrice della piena ed effettiva partecipazione dell’Italia al processo di integrazione europea, il giudice romano esclude, in ogni caso, che l’azione governativa sia stata condotta in maniera non conforme alle direttive comunitarie, con l’impossibilità di ravvisare nel caso di specie alcun inadempimento per gli obblighi da esse derivanti.

Il Tribunale dichiara, infine, inammissibile la domanda di ingiustificato arricchimento presentata dai ricorrenti ex art. 2041 c.c. Si osserva, a tal proposito, come il rimedio risarcitorio in questione abbia natura meramente residuale a prescindere dall’esito, fruttuoso o meno, della tutela primaria accordata dall’ordinamento, che nel caso di specie doveva individuarsi nella domanda risarcitoria per l’asserita violazione degli obblighi di matrice comunitaria.

  1. La responsabilità dello Stato per mancato recepimento della normativa comunitaria

 La responsabilità dello Stato per violazione del diritto comunitario ha matrice giurisprudenziale, essendo il portato dell’opera adeguatrice e creatrice della Corte di Giustizia dell’Unione Europea e, per quanto riguarda i profili più precisamente risarcitori, dei giudici nazionali[2].

L’illecito in esame si identifica, in particolare, nel fatto dello Stato membro, che, in qualità di legislatore, omette di adottare provvedimenti attuativi necessari alla trasposizione di direttive non self executing, con ciò vanificando la portata espansiva del patrimonio giuridico del cittadino europeo[3].

Il leading case è rappresentato dalla sentenza 19 novembre 1991, pronunciata dai giudici del Lussemburgo a definizione del celebre caso Francovich[4]. La vicenda processale vedeva, in quell’occasione, lo Stato italiano inadempiente rispetto all’obbligo comunitario di introdurre un meccanismo di tutela volto a garantire la liquidazione dei salari dei lavoratori in caso di insolvenza del datore di lavoro. Tale decisione ha consacrato il principio, sconosciuto nel panorama giuridico interno, della responsabilità giuridica dello Stato nella sua veste di legislatore, con conseguente diritto al risarcimento del danno al fine garantire l’effettività della tutela delle posizioni giuridiche individuali riconosciute dal diritto comunitario[5].

Rispetto alla fattispecie così delineata, la successiva giurisprudenza comunitaria e nazionale ha apportato ulteriori precisazioni, specie sul terreno della natura della responsabilità per violazione del diritto comunitario e delle circostanze in grado di attenuare le conseguenze risarcitorie dell’illecito.

Con riguardo al primo punto, si segnala una forte discrasia tra coloro che, insistendo sull’antigiuridicità dell’omissione imputabile al legislatore nazionale, sostengono la natura extracontrattuale di tale responsabilità, e i difensori della teoria contrattualistica, alla quale si attiene in maniera predominante la Suprema Corte nelle sue più recenti pronunce.

La prima posizione non è priva di lacune strutturali e logiche. Si è criticamente sostenuto, in tal senso, che per ancorare saldamente il risarcimento del danno alla fattispecie aquiliana sarebbe necessario riconoscere che l’attività legislativa preordinata ad implementare le norme dell’Unione non è libera, ma propriamente esecutiva di un disposto normativo sovra-ordinato. Si tratta, evidentemente, di una soluzione ricostruttiva incompatibile con il quadro dei rapporti tra Unione e Stati membri, posto che la disciplina comunitaria non costituisce un corpus normativo autosufficiente e tantomeno unitario, dovendosi integrare con le regole di diritto interno[6]. La mancata o non fedele trasposizione di direttive, non può, perciò, integrare un esercizio abusivo della discrezionalità statale qualificabile in termini di illecito extracontrattuale, competendo ai giudici nazionali il compito di accertare in concreto la sussistenza di altri profili di responsabilità sanzionabili in base alle regole degli ordinamenti interni[7].

Secondo questa linea, la Suprema Corte ha avuto modo di ribadire che il diritto degli interessati al risarcimento dei danni in caso di mancato o ritardato recepimento di direttiva europea va ricondotto allo schema della responsabilità contrattuale, restando assoggettata la pretesa risarcitoria all’ordinario termine di prescrizione decennale[8]. L’attività omissiva del legislatore si configura precisamente come inadempimento di un’obbligazione ex lege dello Stato, che dà luogo al diritto ad ottenere un rimedio di tipo indennitario perché conseguente ad una attività priva del carattere dell’antigiuridicità.

Tale ricostruzione si lascia apprezzare nella parte in cui esprime l’esigenza di individuare una linea di confine tra l’ordinamento sovranazionale e quello interno, i quali hanno carattere autonomo e distinto. Seppure la partecipazione dello Stato membro al processo di integrazione europea presuppone un’attività tesa a conformare il sistema normativo ai principi eurounitari, tuttavia ciò non può privare l’ordinamento interno degli strumenti giuridici che gli sono propri, secondo la loro peculiare collocazione logica e dogmatica.

Da questa premessa deriva che la condotta dello Stato inadempiente sia suscettibile di essere qualificata come antigiuridica nell’ordinamento comunitario ma non anche alla stregua dell’ordinamento interno. L’obbligazione risarcitoria potrebbe tutt’al più costituire un effetto mediato dell’attuazione della direttiva, senza la necessità di identificare un preesistente vincolo inadempiuto nell’ordinamento nazionale.

Si segnala, inoltre, la posizione di chi ha suggerito, sulla scia delle recenti aperture giurisprudenziali volte a valorizzare il principio del legittimo affidamento e della buona fede nel rapporto tra apparato statale e privati[9], che la Corte di Cassazione avrebbe potuto saldamente fondare una responsabilità da inadempimento dello Stato proprio su quell’obbligo di protezione definito obbligazione senza prestazione, inquadrabile entro le varie causarum figurae richiamate dall’art. 1173 c.c.[10]

Le recenti affermazioni giurisprudenziali in ordine ad una responsabilità contrattuale da contatto sociale qualificato muovono, del resto, dalla ricognizione di situazioni nelle quali, per effetto del rapporto che si è venuto a creare tra le parti e del conseguente affidamento che ciascuna di esse ripone nella buona fede, nella correttezza e nella professionalità dell’altra, si generano tra le stesse obblighi di protezione che possono aggiungersi ed anche sostituirsi agli obblighi di prestazione scaturenti dal contratto. Allo stesso modo si può ipotizzare, nel caso esaminato, che l’aspettativa nutrita dal cittadino, come proiezione dei diritti riconosciuti dalla normativa europea non ancora recepita, sia elevi a legittimo affidamento contro il rischio specifico di subire pregiudizi legati all’attività omissiva del legislatore nazionale. Proprio tale aspettativa qualificata è idonea a far sorgere un rapporto di contenuto protettivo, sorretto dalla forza espansiva della buona fede, tra lo Stato medesimo e il singolo cittadino destinatario della normativa non self executing inattuata[11].

La disciplina sulla responsabilità dello Stato per violazione del diritto comunitario, elaborata in via giurisprudenziale dalla Corte di giustizia non risulta dunque, esaustiva, ma richiede di essere integrata e coordinata con le norme interne che disciplinano i medesimi istituti.

La centralità del ruolo assegnato agli ordinamenti interni nel processo di integrazione europea emerge anche sotto altro aspetto. Il progressivo sviluppo dei principi affermati nella sentenza Francovich si può rinvenire, in particolare, nella pronuncia della Corte di giustizia del 5 marzo 1996 sulle cause riunite Brasserie du Pecheur-Factortame. Tale decisione ha precisato, infatti, che tra i presupposti della responsabilità dello Stato membro vada annoverata la presenza di una violazione grave e manifesta. Al fine di stabilire la sussistenza della violazione è, in tal senso, necessario considerare l’ampiezza della discrezionalità riservata dalla norma all’autorità competente ad attuarle.

La misura della discrezionalità riservata al legislatore incide in misura inversamente proporzionale sulla possibilità di muovere allo Stato membro un addebito in termini di violazione del diritto comunitario. Si potrebbe affermare, perciò, che anche qualora sia riscontrabile un’attività omissiva di quegli organi statali addetti a porre in essere le misure idonee a trasporre sul piano interno la normativa comunitaria non direttamente applicabile, permane, sempre, uno spazio di autonomia operativa che rende lo Stato sovrano delle modalità materiali e temporali del recepimento del patrimonio giuridico europeo. Si tratta, in particolare, di un potere discrezionale insindacabile da parte del giudice comunitario ed interno, e che rappresenta il quid della nozione stessa di sovranità del soggetto statale, che l’appartenenza ad una struttura politica sovranazionale quale l’Unione Europea non può elidere o ridurre.

Fa applicazione di tale principio, ma pervenendo a conclusioni opposte, la stessa Corte di Giustizia in una pronuncia successiva e relativa al caso Hedley Lomas[12]. Il giudice comunitario si sofferma, in particolare, sull’ipotesi in cui lo Stato membro, al momento della trasgressione, disponga di un margine di discrezionalità considerevolmente ridotto, se non addirittura inesistente. Questo può accadere quando la normativa europea imponga agli stati obblighi di risultato o di condotta o ancora di astensione che riducono, in maniera considerevole, il suo margine di valutazione. La soluzione suggerita è che, in tali casi, la semplice trasgressione del diritto comunitario potrebbe essere sufficiente per accertare l’esistenza di una violazione grave e manifesta. Il concetto di responsabilità e di discrezionalità si atteggiano, in tal modo, a categorie elastiche, l’una in grado di comprimere l’altra, sino a configurare, come nel caso evidenziato, una responsabilità in re ipsa nel caso di assenza di potere discrezionale dello Stato.

4. I criteri applicabili al caso di specie

Nella sentenza in commento, il Tribunale romano mostra di privilegiare una concezione alquanto flessibile dei rapporti obbligatori che intercorrono tra l’ordinamento comunitario e quello degli stati membri, rifiutando la ricostruzione dei ricorrenti, restrittiva della libertà e della discrezionalità tradizionalmente riconosciute al potere legislativo degli Stati in sede di adeguamento del proprio diritto a quello comunitario.

La motivazione della pronuncia è infatti chiara nell’affermare che, sebbene lo scopo della direttiva n. 75/363/C.E.E. e degli ulteriori interventi comunitari oggetto della presente controversia possa individuarsi nella necessità di introdurre, in ambito comunitario, disposizioni volte ad agevolare la libera prestazione dei servizi di medico all’interno della comunità sovranazionale, tali fonti non hanno imposto agli Stati obbligazioni di mezzi concernenti l’implementazione delle misure e i principi in esse contenuti.

Il patrimonio giuridico contenuto nelle fonti comunitarie consisteva, precisamente, in disposizioni di coordinamento delle condizioni di formazione del medico specialista e nell’indicazione di criteri minimi concernenti l’accesso alla formazione specializzata quali il periodo di durata, le modalità e il luogo in cui quest’ultima deve essere effettuata. L’attuazione delle misure normative contestate dai ricorrenti diviene, perciò, estrinsecazione della discrezionalità statale naturaliter connessa all’attuazione di uno strumento, quale la direttiva, che non contiene discipline di dettaglio, imponendo tutt’al più, doveri qualificabili in termini di obbligazioni di risultato.

Ciò consente al Tribunale di salvaguardare lo spazio di autonomia riservata al legislatore italiano nella scelta delle modalità di implementazione del diritto sovranazionale e di accertare l’insussistenza di un illecito statale conseguente alla violazione del diritto comunitario. A fronte di tali premesse, la conclusione appare, sillogisticamente, che non essendo ravvisabile un comportamento contra ius, neppure può discorrersi di responsabilità, dovendosi respingere la domanda risarcitoria fondata sull’allegazione dell’inadempimento.

  1. Conclusioni

La sentenza annotata apporta un apprezzabile contributo in merito alla definizione degli elementi necessari per il riconoscimento della responsabilità degli Stati membri per il mancato o ritardato recepimento di direttive dell’Unione Europea. La tesi estensiva in essa propugnata è diretta ad estendere l’ambito della discrezionalità dello Stato a fronte della moderna percezione secondo cui l’appartenenza ad una sovrastruttura politica è in grado di determinare una contrazione della sovranità nazionale e degli spazi di autonomia riservati all’organo titolare del potere normativo.

Tale decisione acquista, dunque, particolare rilevanza perché registra una considerevole controtendenza rispetto al moderno processo di crisi che ha investito il concetto di sovranità statale, eroso per l’effetto di una serie di fattori eterogenei. Dalla sostanziale perdita di ruolo della territorialità, al pluralismo politico e sociale, alla frantumazione dei centri decisionali, al ruolo acquisito dagli attori economici nei mercati transnazionali sino al riconoscimento ai singoli di diritti che possono essere fatti valere anche contro gli Stati di appartenenza dinanzi a giurisdizioni internazionali[13], il fallimento del modello istituzionale Vestfaliano ha minato alle fondamenta della nozione di volontà popolare che sorregge e costituisce il presupposto della sovranità statale.

Tuttavia, anche a fronte del mutato contesto socio-politico, il ruolo del mercato e degli altri competitors del potere statale assume un peso secondario rispetto alla constatazione che l’ordine giuridico della società scaturisce dalla sovranità assegnata allo Stato in veste di supremo regolatore degli interessi pubblici e privati. Nel processo di integrazione europea lo Stato è, perciò, chiamato a svolgere un ruolo irrinunciabile di garanzia e di tutela, nel perimetro dell’esercizio della medesima sovranità, dei diritti inviolabili e dei doveri irrinunciabili degli individui[14].

Si tratta di considerazioni che il Tribunale romano sceglie di adattare alla soluzione del caso concreto con apprezzabile cautela, approdando alla decisione finale dopo una lucida analisi del complesso dei rapporti tra direttiva comunitaria e diritto interno. La relazione tra l’ordinamento comunitario e gli ordinamenti nazionali poggia, del resto, sul principio di sussidiarietà inteso quale armoniosa integrazione delle fonti e delle misure di regolazione degli interessi giuridici[15].

In tale contesto, anche l’affermazione della responsabilità patrimoniale dello Stato per tardiva o inesatta trasposizione in ambito nazionale dei principi espressi in sede comunitaria appare soluzione solo residuale, esperibile qualora non sia possibile né dare diretta attuazione alle previsioni contenute nella normativa comunitaria, o qualora non sia possibile comporsi il contrasto tra normativa interna e fonte europea in via interpretativa.

Note

[1] G. Marasco, La responsabilità dello Stato membro, in iusexplorer.it

[2] Si tratta, in particolare, di un tipo di responsabilità dello Stato nei confronti dei soggetti, persone fisiche e giuridiche, diretti destinatari della normativa sovranazionale. Ben diversamente si atteggia la responsabilità dello Stato membro per inadempimento degli obblighi verso la comunità europea, che si trova affermata nell’art. 10 del Trattato CE, la quale impone un dovere di “leale collaborazione” degli Stati membri la cui omissione consente di azionare la procedura di infrazione prevista negli artt. 258 TFUE. Il procedimento di infrazione rende, infatti, lo Stato unicamente responsabile nei confronti dell’Unione Europea, non già nei confronti dei singoli cittadini danneggiati. Vedi, sul punto: R. Danza, La responsabilità extracontrattuale della pubblica amministrazione nell’evoluzione legislativa e giurisprudenziale, in Giur. merito, 2, 1999, 449.

 

[3] M. Vari, Mancata attuazione delle direttive comunitarie da parte dello Stato e delle Regioni: responsabilità nell’ordinamento interno e nei riguardi della Comunità, in Persona e Danno, 2010.

[4] Corte eur. giust. 19.11.1991, C-6/90 e C-9/90, in Foro it., 1992, IV, 145, con nota di A. Barone – R. Pardolesi, Il fatto illecito del legislatore, e G. Ponzanelli, L’Europa e la responsabilità civile.

[5] La Corte di Giustizia delinea, in particolar modo, tre condizioni in presenza delle quali è consentito accedere alla tutela risarcitoria: (a) il risultato prescritto dalla direttiva “deve implicare l’attribuzione di diritti a favore dei singoli”; (b) il contenuto di tale diritto “deve poter essere individuato sulla base delle disposizioni della direttiva stessa”; (c) si richiede, infine, “un nesso di causalità tra violazione dell’obbligo a carico dello stesso e il danno subito dai soggetti lesi”.

[6] R. Danza, La responsabilità extracontrattuale della pubblica amministrazione nell’evoluzione legislativa e giurisprudenziale, in Giur. merito, 2, 1999, 449.

[7] F. Piraino, L’inadempimento dello stato all’obbligo di attuazione delle direttive europee e il problema del risarcimento del danno, in Europa e dir. priv., 3, 2012, 707.

[8] Il riferimento è a Cassazione civile, sez. un., 17.04.2009, n. 9147, in Europa e dir. priv. 2010, 1, 311. Vedi anche: Cassazione civile, sez. III, 05.4.2012, n. 5533, in iusexplorer.it: “In caso di omessa o tardiva trasposizione da parte del legislatore italiano nel termine prescritto delle direttive comunitarie … sorge, conformemente ai principi più volte affermati dalla Corte di Giustizia, il diritto degli interessati al risarcimento dei danni che va ricondotto … allo schema della responsabilità per inadempimento dell’obbligazione ex lege dello Stato, di natura indennitaria per attività non antigiuridica, dovendosi ritenere che la condotta dello Stato inadempiente sia suscettibile di essere qualificata come antigiuridica nell’ordinamento comunitario ma non anche alla stregua dell’ordinamento interno”.

[9] Il riferimento è, in particolare, a Cassazione civile, 12 luglio 2016, n.14188, sez. I, in Dir. gius., 32, 2016, 4.

[10] Si segnala, sulla qualificazione della responsabilità per violazione del diritto comunitario da parte degli stati membri dell’Unione Europea, la pronuncia della Cassazione civile, sez. III, 05.04.2012, in iusexplorer.it, in cui si precisa che il concetto di responsabilità contrattuale vada qui impiegato “nel senso non già di responsabilità che suppone un contratto, ma nel senso – comune alla dottrina in contrapposizione all’obbligazione da illecito extracontrattuale – di responsabilità che nasce dall’inadempimento di un rapporto obbligatorio preesistente, considerato dall’ordinamento interno, per come esso deve atteggiarsi secondo la giurisprudenza della Corte di Giustizia, come fonte dell’obbligo risarcitorio, secondo la prospettiva scritta nell’art. 1173 c.c.”.

[11] V. F. Piraino, op. cit., 707.

[12] Corte giust., 23 maggio 1996, The Queen c. Ministry of Agriculture, Fisheries and Food, ex parte: Hedley Lomas (Ireland), C-5/94, in Racc., 1996, p. I-2604.

[13] F. Piraino, op. cit., 707. V. anche N. Irti, Tramonto della sovranità e diffusione del potere, in Dir. soc., 2009, 465 ss.

[14] L. R. Perfetti, Discrezionalità amministrativa, clausole generali e ordine giuridico della società, in Dir. amm., 3, 2013, 309.

[15] Si veda, a tal proposito, il “Protocollo sull’applicazione dei principi di sussidiarietà e proporzionalità” allegato al Trattato di Amsterdam, che, nel ribadire il necessario rispetto dei principi di sussidiarietà e proporzionalità al punto 6 sottolinea che la Comunità legifera soltanto per quanto necessario. Riguardo alla scelta dello strumento si precisa, inoltre, che, proprio in vista dell’effettiva applicazione di tali principi, le direttive dovrebbero essere preferite ai regolamenti e le direttive quadro a misure dettagliate. Sembrerebbe, perciò, palesarsi da tale documento una volontà di guidare il percorso dell’integrazione europea più sulle vie dell’armonizzazione che su quelle dell’unificazione normativa. L. Albino, Il sistema delle fonti tra ordinamento interno e ordinamento comunitario, in Riv. it. dir. pubbl. comunit., fasc.6, 2001, 923.

Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale Calabria, sentenza 12 aprile 2017 n.88

Non risponde di danno erariale per mancanza dell’elemento della colpa grave, il consigliere regionale capogruppo che, a fronte di rimborsi irregolari – accertati dalla sezione di controllo della Corte dei Conti – delle spese sostenute dal gruppo consiliare di appartenenza, pur non avendo adempiuto l’obbligo di restituzione previsto dalla legge statale (art.1, comma 12, d.l. 174/2012) abbia goduto di una legge regionale sopravvenuta in cui era prevista l’estinzione del proprio obbligo redibitorio mediante compensazione con il mancato utilizzo dei fondi previsti per i gruppi consiliari negli anni successivi. Consiglio reg calabriaDetta circostanza non consente di muovergli il rimprovero di aver gravemente trascurato il proprio dovere di restituzione e neanche di aver agito contra legem, in quanto la vigenza di una disposizione normativa che consente la compensazione nelle modalità innanzi evidenziate, al posto della restituzione da parte del responsabile del gruppo consiliare, ha di fatto legalizzato la condotta del convenuto. Nel contrasto fra una disposizione resa in sede di potestà legislativa regionale esclusiva rispetto a quella statale che regola analoga materia, prevale la prima atteso che le norme regionali hanno valore di legge ordinaria con un’efficacia limitata solo al territorio regionale e che, nelle materie non riservate dalla Costituzione alla potestà legislativa Statale o alla potestà concorrente ( art. 117), la legislazione spettante alle Regioni è di tipo primario, ossia non limitata dai principi fondamentali della legislazione statale ma solo dal rispetto della Costituzione, dell’ordinamento comunitario e degli obblighi internazionali. A cagione delle guarentigie costituzionali previste dall’art. 122 della Cost., nessun sindacato giurisdizionale è ammesso sui consiglieri regionali riguardo ai voti dati ed alle opinioni espresse nell’esercizio delle loro attribuzioni, in ordine alla condotta che ha spinto i consiglieri ad approvare la legge regionale da cui ha tratto vantaggio processuale il consigliere regionale convenuto

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Consiglio di Stato, Sezione Quinta, sentenza 16 maggio 2016 n. 1961. Il conflitto di interessi dei membri di un organo collegiale non sussiste se l’atto adottato ha natura vincolata.

Non è configurabile un conflitto di interessi a carico dei componenti di una Giunta municipale e del dirigente di area laddove l’interesse di questi coincida con quello pubblico perseguito società partecipatecon l’atto di ritiro impugnato, evitando, così, non dovuti esborsi di denaro pubblico per effetto di provvedimenti di stabilizzazione ritenuti illegittimi. Poiché la verifica della sussistenza del conflitto d’interessi, dovendo essere condotta sotto un profilo eminentemente oggettivo, non è influenzata dalle motivazioni soggettive poste a base dell’agire, a nulla rileva che componenti della Giunta municipale e Dirigente siano stati spinti a provvedere in autotutela dall’esigenza, prettamente egoistica, di alleggerire la propria posizione sotto il profilo della responsabilità contabile. Il dovere di astensione per conflitto di interessi, costituendo esplicazione del più generale principio di imparzialità, che a sua volta rappresenta uno dei canoni a cui l’amministrazione, ex art. 97 cost., deve informarsi nell’esercizio dell’attività discrezionale, non può ravvisarsi nell’annullamento d’ufficio degli atti da cui discendono continuativi e non dovuti esborsi di denaro pubblico, quali quelli di illegittima costituzione di rapporti di lavoro alle dipendenze di pubbliche amministrazioni.

Massima di Gloria Sdanganelli

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