Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale per la Regione Sardegna, sentenza 15 dicembre 2017 n. 160

Il pubblico dipendente nei cui confronti è stata applicata la pena per patteggiamento in ordine ai reati di associazione a delinquere e di turbata libertà degli incanti, risponde del danno all’immagine procurato alla amministrazione di appartenenza, in quanto, in disparte la indubbia risonanza sociale del reato commesso come appalti truccaticomprovato dai vari articoli di stampa versati in atti, dal comportamento delittuoso da esso serbato è derivato un vulnus al prestigio delle amministrazioni coinvolte, anche in ragione del ruolo di particolare rilievo (responsabile dell’ufficio tecnico), specie in piccole comunità. Il modo di condurre le gare, incidente, negativamente e in maniera profonda, sulla stessa organizzazione amministrativa, evidenzia la sussistenza di tutti i negativi risvolti di natura sociale, originati da un operare in cui l’interesse personale sopravanza, di gran lunga, i doveri di lealtà e correttezza imposti a ciascun pubblico dipendente. Tali risvolti sono legati alla negativa impressione suscitata nell’opinione pubblica locale, ed anche all’interno della stessa Amministrazione, mentre l’eventuale clamor fori,e la diffusione ed amplificazione del fatto operata dai mass-media, non integrano la lesione del bene tutelato, ma ne indicano semplicemente la dimensione, diventando, per tale aspetto, uno dei parametri utilizzabili per una quantificazione del danno commisurato nel doppio della somma di denaro o del valore patrimoniale di altra utilità illecitamente percepita dal dipendente, in applicazione della disposizione prevista dal comma 1-sexies dell’articolo 1 della legge 14 gennaio 1994, n. 20, come introdotto dalla legge n. 190/2012.

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Tribunale di Napoli, Giudice Lupi, sentenza 21 luglio 2017 n. 8466

Qualora l’organo straordinario statale – Commissariato di Governo per l’Emergenza Bonifiche e Tutela delle Acque nella Regione Campania delegato ex O.P.C.M. n. 2425/96 e successive – abbia ceduto per legge talune competenze alla Regione senza cessare come struttura commissariale,appalto pubblico non si è verificata l’estinzione dell’ente, ipotesi riconducibile alla fattispecie di cui all’art. 110 c.p.c. applicabile solo nel caso di definitiva cessazione di ogni funzione dell’ente. Nella fattispecie, quindi, trova applicazione l’art. 111 c.p.c. e, non sussistendo l’obbligo di riassumere il giudizio nei confronti della Regione, essa avrebbe potuto intervenire in giudizio o essere chiamata in causa. Poiché ciò non si è verificato, la sentenza, ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 111 c.p.c. produce, comunque, effetti nei confronti della Regione, successore a titolo particolare. Negli appalti pubblici l’autonomia dell’appaltatore, pur essendo meno ampia di  quella degli appaltatori privati per l’ingerenza dell’amministrazione appaltante  (attraverso la nomina obbligatoria del direttore dei lavori ed una sorveglianza intensa e costante), continua, tuttavia, a sussistere in limiti più ristretti, sicché  anche l’appaltatore di opera pubblica, di regola, è l’unico responsabile dei  danni cagionati a terzi nel corso dei lavori, mentre una responsabilità  dell’amministrazione committente resta configurabile, in via concorrente e  solidale, allorché il fatto dannoso sia stato posto in essere in esecuzione del  progetto o di direttive della medesima e, in via esclusiva, solo quando  l’ingerenza di detta amministrazione abbia compromesso ogni margine di  libertà ed autonomia dell’appaltatore nell’organizzazione ed esecuzione dei lavori.

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Tribunale Amministrativo Regionale Veneto, sentenza 3 maggio 2017 n. 434

E’ legittima l’ordinanza adottata dal Sindaco, ex art 50, comma 7, del D.lgs. n. 267/2000, che, allo scopo di prevenire, contrastare e ridurre il fenomeno del gioco d’azzardo patologico, dispone la limitazione degli orari di apertura delle sale da gioco o scommessa e degli altri esercizi in cui sono installate apparecchiature per il gioco per tutelare la salute pubblica e il benessere socio-economico dei cittadini. gioco azzardoNon occorrono indagini istruttorie per la verifica dell’incidenza del fenomeno della ludopatia sul territorio comunale in quanto esso costituisce un fatto notorio o, comunque, una nozione di fatto di comune esperienza, come attestano le numerose iniziative di contrasto assunte dalle autorità pubbliche a livello europeo, nazionale e regionale. La disciplina limitativa degli orari di apertura dei pubblici esercizi in cui si svolgono attività di gioco o scommessa – che consente un’apertura giornaliera pari a quattordici ore giornaliere consecutive (h 8- 22) –rispetto agli obiettivi perseguiti (prevenzione, contrasto e riduzione del gioco d’azzardo patologico), appare proporzionata realizzando essa un ragionevole contemperamento degli interessi economici degli imprenditori del settore con l’interesse pubblico a prevenire e contrastare fenomeni di patologia sociale connessi al gioco compulsivo, causativo di conseguenze pregiudizievoli sia sulla vita personale e familiare dei cittadini, che a carico del servizio sanitario e dei servizi sociali.

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Tribunale di Milano, Sezione Lavoro, sentenza 19 aprile 2017 n.1119

La plurima frammentazione di un consorzio – che mantiene la sua originaria soggettività – preordinata alla creazione di diverse e più piccole realtà societarie, ha natura simulatoria e in frode alla legge qualora le società collegate o controllate – formalmente autonome –  non abbiano, di fatto, capacità e autonomia imprenditoriale così che, a dispetto della pluralità formale e del frazionamento dell’attività, si accerti un’unicità sostanziale: un’unica organizzazione, un unico centro decisionale, un’unica realtà economico-funzionale, un uso promiscuo e indifferenziato del personale dipendente.gruppo imprese Il collegamento giuridico-funzionale tra il consorzio e le società da esso generate per scissione è il segno di un’unica realtà datoriale, ravvisandosi elementi sintomatici di un abuso dello strumento giuridico del collegamento societario. L’insussistenza del fatto di cui all’art. 18 l. n. 300 del 1970, come modificato dalla l. n. 92 del 2012 (legge Fornero), comprende, nel caso di licenziamento per giusta causa, anche l’ipotesi in cui il fatto sussista ma sia privo di illiceità, poiché la completa irrilevanza giuridica del fatto contestato equivale alla sua insussistenza materiale ed è, pertanto, suscettibile di dare luogo alla tutela reintegratoria.

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Consiglio di Stato, Sezione Quarta, sentenza 24 marzo 2017 n. 1326

In sede di adozione di un nuovo strumento urbanistico, salvo i casi in cui esso incida su zone ben circoscritte ledendo legittime aspettative, la motivazione non può soffermarsi su ogni singola previsione (o zonizzazione), ma risulta soddisfatta con l’indicazione dei profili generali e dei criteri che sorreggono le scelte effettuate, senza necessità di approfondimenti argomentativi puntuali e mirati, per cui, ove la destinazione di un’area muti per effetto di un nuovo strumento urbanistico generale che ha impresso una nuova e complessiva definizione del territorio comunale, si tratta non della disciplina di una singola area, ma dell’organico disegno di governo del territorio da parte dell’ente locale.piano regolatoreIl rilascio della concessione edilizia in sanatoria ex artt. 31 e ss. della l. 28 febbraio 1985 n. 47 o dei successivi condoni, da un lato, rende legittimo l’edificio che era abusivo sotto i profili strutturali o funzionali, ma, dall’altro, non conferisce nessun ulteriore automatico beneficio o vantaggio, attuale e potenziale al soggetto che l’ha chiesto. L’istituto del condono edilizio mira ad adeguare la situazione di fatto a quella di diritto, con il rilascio di un titolo che consenta l’ulteriore utilizzazione di un edificio realizzato in tutto o in parte in modo abusivo, ma non può ex se legittimare ulteriori lavori o attività eccedenti la situazione in atto, né rendere automaticamente edificabile tutta la zona in cui le opere sanate insistono (al di là di piani di recupero per ricostruire il tessuto urbano compromesso da tali abusi). Né a più forte ragione può ritenersi mutata la relativa normativa urbanistica e consentirsi ex novo il mutamento di una destinazione difforme da quella in atto ovvero lo svolgimento di qualsivoglia attività economica o imprenditoriale diversa da quella a suo tempo cristallizzata dal provvedimento di condono..

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Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale del Veneto, sentenza 28 febbraio 2017 n.29

Risponde di responsabilità erariale per aver procurato un grave danno all’immagine della pubblica amministrazione il funzionario che con la sua condotta corruttiva oggetto di sentenza di patteggiamento, abbia arrecato una lesione del decoro e del prestigio della pubblica amministrazione, determinando perdita di credibilità ed affidabilità presso i cittadini, e pregiudicando valori primari di rilievo costituzionale, quali la legalità dell’azione amministrativa, il buon andamento e l’imparzialità della amministrazione. Trattandosi di danno-evento e non danno-conseguenza, per la risarcibilità del pregiudizio all’immagine pubblica va colto l’aspetto di lesione ideale, e non è necessario provare i costi effettivamente sostenuti per il ripristino di beni immateriali lesi, essendo sufficiente provare la sussistenza di un fatto intrinsecamente dannoso in quanto confliggente con interessi primari protetti in modo immediato dall’ordinamento giuridico.mose inchiesta La prova della propalazione mediatica della notizia (clamor fori) delle condotte delittuose commesse dal funzionario, mettendone in evidenza gli aspetti più gravi e disdicevoli, tali da ingenerare ricadute negative sulla valutazione dell’opinione pubblica in ordine all’affidabilità dall’Amministrazione da lui diretta e alla onorabilità dell’ente pubblico, ricade sull’attore pubblico (nel caso concreto la prova è stata raggiunta dalla rassegna stampa prodotta in giudizio). Il danno all’immagine deve ritenersi evidente ogniqualvolta un soggetto, legato da rapporto di servizio, ponga in essere un comportamento criminoso e sfrutti la posizione ricoperta per il perseguimento di scopi personali utilitaristici e non per il raggiungimento di interessi pubblici generali, così minando la fiducia dei cittadini nella correttezza dell’azione amministrativa, con ricadute negative nell’organizzazione amministrativa e nella gestione dei servizi in favore della collettività. Il danno da disservizio consiste nel pregiudizio che la condotta illecita del dipendente arreca al corretto funzionamento dell’apparato pubblico, determinando, attraverso l’espletamento di un servizio al di sotto delle caratteristiche di qualità e quantità richieste, il mancato conseguimento degli obiettivi di legalità, di efficienza, di efficacia, di economicità e di produttività dell’azione pubblica. La quantificazione delle due voci di danno,anche se non comportano una diminuzione patrimoniale diretta per la P.A., sono suscettibili di una valutazione patrimoniale, da effettuarsi equitativamente, ex art. 1226 c.c., sulla base dei parametri soggettivo, oggettivo e sociale che la parte pubblica, ai sensi dell’ art. 2697 c.c., ha l’onere di fornire

massima redatta da Gloria Sdanganelli ©

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