Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale per la Regione Sardegna, sentenza 15 dicembre 2017 n. 160

Il pubblico dipendente nei cui confronti è stata applicata la pena per patteggiamento in ordine ai reati di associazione a delinquere e di turbata libertà degli incanti, risponde del danno all’immagine procurato alla amministrazione di appartenenza, in quanto, in disparte la indubbia risonanza sociale del reato commesso come appalti truccaticomprovato dai vari articoli di stampa versati in atti, dal comportamento delittuoso da esso serbato è derivato un vulnus al prestigio delle amministrazioni coinvolte, anche in ragione del ruolo di particolare rilievo (responsabile dell’ufficio tecnico), specie in piccole comunità. Il modo di condurre le gare, incidente, negativamente e in maniera profonda, sulla stessa organizzazione amministrativa, evidenzia la sussistenza di tutti i negativi risvolti di natura sociale, originati da un operare in cui l’interesse personale sopravanza, di gran lunga, i doveri di lealtà e correttezza imposti a ciascun pubblico dipendente. Tali risvolti sono legati alla negativa impressione suscitata nell’opinione pubblica locale, ed anche all’interno della stessa Amministrazione, mentre l’eventuale clamor fori,e la diffusione ed amplificazione del fatto operata dai mass-media, non integrano la lesione del bene tutelato, ma ne indicano semplicemente la dimensione, diventando, per tale aspetto, uno dei parametri utilizzabili per una quantificazione del danno commisurato nel doppio della somma di denaro o del valore patrimoniale di altra utilità illecitamente percepita dal dipendente, in applicazione della disposizione prevista dal comma 1-sexies dell’articolo 1 della legge 14 gennaio 1994, n. 20, come introdotto dalla legge n. 190/2012.

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Tribunale Amministrativo Regionale della Calabria, Sezione Prima, Catanzaro, sentenza 6 aprile 2017 n.600

Il beneficio previsto dall’art. 42 bis, d. lgs. n. 151/2001, consiste nella possibilità per il dipendente – vice commissario del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria del Ministero di Giustizia, assegnato presso una Casa Circondariale molto lontana dalla residenza familiare – di chiedere l’assegnazione in una sede di servizio nella stessa provincia o regione nella quale l’altro genitore esercita la propria attività lavorativa, non è un diritto incondizionato. famiglia 2L’assegnazione temporanea può essere concessa “subordinatamente alla sussistenza di un posto vacante e disponibile di corrispondente posizione retributiva e previo assenso delle amministrazioni di provenienza e destinazione”, ma la predeterminazione normativa dei presupposti di fatto cui deve adeguarsi la valutazione dell’amministrazione/datrice di lavoro e il rilievo costituzionale degli interessi familiari che l’istituto mira a soddisfare delimitano notevolmente l’area di scelta. Poiché l’assenso dell’amministrazione, che presenta connotati di attenuata discrezionalità, potrà essere negato limitatamente a casi o esigenze eccezionali, il rigetto della domanda di assegnazione presso la sede di servizio contigua a quella della residenza familiare non può essere fondato su una motivazione generica, avulsa dai parametri normativi previsti dall’art. 42 bis D.Lgs. 151/2011, segno di una supeficiale valutazione della situazione di fatto concreta che avrebbe meritato, invece, un approfondimento istruttorio. Il periodo di distacco usufruito dal dipendente ai sensi dell’art. 7 del D.P.R. n.254/1999 non può essere computato nel complessivo periodo di assegnazione provvisoria ex art. 42 bis L. 151/2001, trattandosi di misura eccezionale erogabile dall’amministrazione di appartenenza “per gravissimi motivi di carattere familiare o personale adeguatamente documentati”, eventualmente “anche in sovrannumero all’organico”

massima di Gloria Sdanganelli ©

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Consiglio di Stato, Sezione Quinta, sentenza 5 aprile 2017 n. 1599

Il rapporto sorto con un comune in forza di una convenzione per l’espletamento di compiti tecnici attinenti ad eventi straordinari – sisma del 1980 –  prestati senza soluzione di continuità per 36 ore settimanali, con carattere di esclusività, con stabile inserimento nella struttura organizzativo-burocratica dell’ente con rispetto dell’orario imposto, rivela i tratti distintivi di un’attività lavorativa di carattere subordinato, svolta in regime di pubblico impiego.geometra L’incardinamento  in seno all’organizzazione amministrativa comunale e il suo assoggettamento al vincolo di subordinazione gerarchica esclude la sussumibilità delle prestazioni effettivamente rese in favore del comune nell’ambito del rapporto libero – professionale (locatio operis), specificamente connesso all’attività tecnica richiesta, configurandosi esse piuttosto come locatio operarum e cioè come energie lavorative direttamente poste a disposizione dell’ente comunale per il perseguimento dei suoi fini, sotto la direzione ed il controllo dei relativi organi di vertice. Essendo il rapporto comunque nullo in quanto instaurato al di fuori dei parametri legislativi che, nel rispetto dell’art. 97, comma 3 della Costituzione, regolano l’accesso al pubblico impiego tramite concorso, tuttavia al lavoratore spettano, ai fini economici, la regolarizzazione previdenziale della sua posizione e la corresponsione delle differenze retributive tra quanto erogato per effetto della convenzione ed il trattamento economico previsto dagli accordi collettivi in vigore per la qualifica corrispondente, il tutto con interessi legali e rivalutazione monetaria.

massima di Gloria Sdanganelli ©

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Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale del Veneto, sentenza 28 febbraio 2017 n.29

Risponde di responsabilità erariale per aver procurato un grave danno all’immagine della pubblica amministrazione il funzionario che con la sua condotta corruttiva oggetto di sentenza di patteggiamento, abbia arrecato una lesione del decoro e del prestigio della pubblica amministrazione, determinando perdita di credibilità ed affidabilità presso i cittadini, e pregiudicando valori primari di rilievo costituzionale, quali la legalità dell’azione amministrativa, il buon andamento e l’imparzialità della amministrazione. Trattandosi di danno-evento e non danno-conseguenza, per la risarcibilità del pregiudizio all’immagine pubblica va colto l’aspetto di lesione ideale, e non è necessario provare i costi effettivamente sostenuti per il ripristino di beni immateriali lesi, essendo sufficiente provare la sussistenza di un fatto intrinsecamente dannoso in quanto confliggente con interessi primari protetti in modo immediato dall’ordinamento giuridico.mose inchiesta La prova della propalazione mediatica della notizia (clamor fori) delle condotte delittuose commesse dal funzionario, mettendone in evidenza gli aspetti più gravi e disdicevoli, tali da ingenerare ricadute negative sulla valutazione dell’opinione pubblica in ordine all’affidabilità dall’Amministrazione da lui diretta e alla onorabilità dell’ente pubblico, ricade sull’attore pubblico (nel caso concreto la prova è stata raggiunta dalla rassegna stampa prodotta in giudizio). Il danno all’immagine deve ritenersi evidente ogniqualvolta un soggetto, legato da rapporto di servizio, ponga in essere un comportamento criminoso e sfrutti la posizione ricoperta per il perseguimento di scopi personali utilitaristici e non per il raggiungimento di interessi pubblici generali, così minando la fiducia dei cittadini nella correttezza dell’azione amministrativa, con ricadute negative nell’organizzazione amministrativa e nella gestione dei servizi in favore della collettività. Il danno da disservizio consiste nel pregiudizio che la condotta illecita del dipendente arreca al corretto funzionamento dell’apparato pubblico, determinando, attraverso l’espletamento di un servizio al di sotto delle caratteristiche di qualità e quantità richieste, il mancato conseguimento degli obiettivi di legalità, di efficienza, di efficacia, di economicità e di produttività dell’azione pubblica. La quantificazione delle due voci di danno,anche se non comportano una diminuzione patrimoniale diretta per la P.A., sono suscettibili di una valutazione patrimoniale, da effettuarsi equitativamente, ex art. 1226 c.c., sulla base dei parametri soggettivo, oggettivo e sociale che la parte pubblica, ai sensi dell’ art. 2697 c.c., ha l’onere di fornire

massima redatta da Gloria Sdanganelli ©

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Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale per la Calabria, sentenza 27 dicembre 2016 n.344.

Il Direttore Generale ed il responsabile del servizio legale sono responsabili del danno erariale procurato all’azienda sanitaria per aver proceduto, in violazione dei principi di corretta ed economica gestione delle risorse e quindi in violazione dell’art. 1 della l. 241/1990 e dell’art. 3, comma 6, d.lgs 502/1992, al conferimento di numerosi incarichi ad un avvocato senza aver stipulato con esso una convenzione che avrebbe consentito un notevole risparmio a parità di prestazioni.L’efficacia e l’efficienza non sono più configurabili come parametri tecnico-amministrativi cui l’Amministrazione deve informare la propria azione amministrativa, bensì un requisito giuridico la cui violazione determina un’azione illegittima. imagesIncombe  sul Direttore generale dell’azienda sanitaria lo specifico obbligo imposto dall’art. 3 del  d.lgs 502/1992 a cagione del quale al medesimo sono attribuiti tutti i poteri di gestione dell’azienda sanitaria, e, in particolare, spetta il compito “di verificare ………mediante valutazioni comparative dei costi, dei rendimenti e dei risultati, la corretta ed economica gestione delle risorse attribuite ed introitate nonchè l’imparzialità ed il buon andamento dell’azione amministrativa”.Il contratto di conferimento di incarico legale, finalizzato esclusivamente alla difesa tecnica dell’ente in giudizio, rientra nel contratto di prestazione d’opera intellettuale disciplinato dall’art. 2230 c.c., e, in quanto tale è escluso dal novero dei servizi contemplati dalla direttiva 2014/24/UE (25° considerando) e non soggiace alla normativa dell’evidenza pubblica, stante la natura strettamente fiduciaria della prestazione che non è compatibile con una procedura concorsuale e/o comparativa per la scelta del difensore.

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Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale per la Regione Lombardia, sentenza 4.8.2015 n.142. L’affidamento ad personam di un incarico dirigenziale comporta un danno erariale per l’ente locale.

La sussistenza di un conflitto fra più parti costituite con un unico procuratore comporta la nullità della costituzione in giudizio e la conseguente contumacia dei convenuti. Nella copertura dei posti di responsabili dei servizi o degli uffici, di qualifiche dirigenziali o di alta specializzazione negli enti locali, pur essendo insiti in tali procedure il carattere della discrezionalità ed un elemento fiduciario, le amministrazioni assumono la relativa determinazione con una trasparente ed oggettiva valutazione della professionalità del soggetto affidatario che non può basarsi su valutazioni meramente soggettive,  operando scelte discrezionali ancorate a parametri oggettivi preventivamente adottati in sede regolamentare. società partecipateUn incarico conferito dalla giunta comunale ad personam, senza avere preventivamente fissato i criteri per la selezione e valutazione dei curricula dei potenziali aspiranti né adottato misure di pubblicità ma effettuando tale scelta sulla base di una valutazione personale ampiamente discrezionale è illegittimo ed espone gli amministratori a responsabilità erariale per colpa grave. Nella quantificazione del danno erariale occorre tener conto dei vantaggi da questa conseguiti in conseguenza degli incarichi illegittimi e delle retribuzioni che in ogni caso il Comune avrebbe dovuto erogare in favore del funzionario destinato a svolgere quelle mansioni.

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