Consiglio di Stato, Sezione Quarta, sentenza 15 dicembre 2017 n. 5908

Nell’ipotesi di impugnazione di titoli edilizi, la sussistenza del requisito della mera vicinitas non costituisce elemento sufficiente a comprovare la legittimazione a ricorrere e l’interesse al ricorso, occorrendo invece la positiva dimostrazione di un danno che attingerebbe la posizione di colui il quale insorge giudizialmente. Il criterio della vicinitas vicinatose è idoneo a definire la sussistenza di una posizione giuridica qualificata e differenziata in astratto configurabile come interesse legittimo, tuttavia non esaurisce le condizioni necessarie cui è subordinata la legittimazione al ricorso, dovendosi da parte di chi ricorre fornire invece la prova del concreto pregiudizio patito e patiendo (sia esso di carattere patrimoniale o di deterioramento delle condizioni di vita o di peggioramento dei caratteri urbanistici che connotano l’area) a cagione dell’intervento edificatorio. Il sistema così disegnato è armonico rispetto alla disciplina disegnata anche dal codice civile e dalle leggi speciali succedutesi: a ben guardare, il vicino vede protetta la propria sfera giuridica attraverso la inderogabile disciplina dettata in materia di distanze; ma laddove ipotizzi in suo danno un pregiudizio discendente da altre violazioni ha il dovere di dedurlo e provarlo.

massima di redazione ©

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Consiglio di Stato, Sezione Quarta, sentenza 24 marzo 2017 n. 1326

In sede di adozione di un nuovo strumento urbanistico, salvo i casi in cui esso incida su zone ben circoscritte ledendo legittime aspettative, la motivazione non può soffermarsi su ogni singola previsione (o zonizzazione), ma risulta soddisfatta con l’indicazione dei profili generali e dei criteri che sorreggono le scelte effettuate, senza necessità di approfondimenti argomentativi puntuali e mirati, per cui, ove la destinazione di un’area muti per effetto di un nuovo strumento urbanistico generale che ha impresso una nuova e complessiva definizione del territorio comunale, si tratta non della disciplina di una singola area, ma dell’organico disegno di governo del territorio da parte dell’ente locale.piano regolatoreIl rilascio della concessione edilizia in sanatoria ex artt. 31 e ss. della l. 28 febbraio 1985 n. 47 o dei successivi condoni, da un lato, rende legittimo l’edificio che era abusivo sotto i profili strutturali o funzionali, ma, dall’altro, non conferisce nessun ulteriore automatico beneficio o vantaggio, attuale e potenziale al soggetto che l’ha chiesto. L’istituto del condono edilizio mira ad adeguare la situazione di fatto a quella di diritto, con il rilascio di un titolo che consenta l’ulteriore utilizzazione di un edificio realizzato in tutto o in parte in modo abusivo, ma non può ex se legittimare ulteriori lavori o attività eccedenti la situazione in atto, né rendere automaticamente edificabile tutta la zona in cui le opere sanate insistono (al di là di piani di recupero per ricostruire il tessuto urbano compromesso da tali abusi). Né a più forte ragione può ritenersi mutata la relativa normativa urbanistica e consentirsi ex novo il mutamento di una destinazione difforme da quella in atto ovvero lo svolgimento di qualsivoglia attività economica o imprenditoriale diversa da quella a suo tempo cristallizzata dal provvedimento di condono..

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Consiglio di Stato, Sezione Quarta, sentenza 24 febbraio 2017 n. 873

Nell’ipotesi delle cd. “zone bianche” rimaste prive di una destinazione urbanistica specifica, la necessità della preventiva approvazione dello strumento urbanistico attuativo discende dalla stessa natura di alcuni interventi edilizi che, proprio per effetto della complessità e della incidenza urbanistica degli edifici, necessitano intrinsecamente di quel raccordo con l’intera strumentazione urbanistica che può essere assicurato solo dalla pianificazione attuativa. piano urbanisticoE’ immune da vizi l’annullamento di un permesso di costruire per un intervento in zona bianca – non ancora avviato – di consistente ampiezza , fondato su una sopravvenuta deliberazione di indirizzo del consiglio comunale che, con riferimento specifico all’intervento in questione al fine di prevedere i confini e la portata della modifica da effettuare sul territorio comunale, aveva ribadito la necessità della previa approvazione del piano urbanistico attuativo ed aveva impegnato il Sindaco e la Giunta a porre in essere ogni iniziativa nei confronti degli Uffici comunali necessaria per la piena attuazione del principio.

massima redatta da Gloria Sdanganelli ©

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Consiglio di Stato, Sezione Sesta, sentenza 19 gennaio 2017 n. 244

L’autorizzazione all’installazione degli impianti pubblicitari rilasciata dai Comuni in base all’art. 23 del Codice della Strada, nel rispetto dei criteri e dei vincoli fissati nell’apposito regolamento comunale e nel piano generale degli impianti pubblicitari (a loro volta previsti dall’art. 3 d.lgs. n. 507/1993) ha una valenza edilizia-urbanistica e, in considerazione della specialità della sua disciplina, prescrive regole e obblighi pianificatori specifici volti a tutelare, anche, le esigenze “dell’assetto del territorio e delle sue caratteristiche abitative, estetiche, ambientali e di viabilità”.impianti pubblicitariDi conseguenza, prescrivere in aggiunta all’autorizzazione di settore, anche il rilascio del permesso di costruire si tradurrebbe in una duplicazione del sistema autorizzatorio e sanzionatorio che risulterebbe sproporzionata, perché non giustificata dall’esigenza, già salvaguardata in base alla disciplina speciale (cfr. art. 3 d.lgs. n. 507 del 1993), di tutelare l’interesse al corretto assetto del territorio, evitando una complicazione procedimentale contraria al principio di semplificazione e unicità del procedimento amministrativo. In tema di riparto della giurisdizione in materia di determinazioni di rimozione di impianti pubblicitari il provvedimento con il quale un Comune intima la rimozione coattiva di un impianto pubblicitario, non si verte in tema di uso del territorio, ma di godimento abusivo di beni demaniali affidata alla giurisdizione dell’AGO.

massima di Gloria Sdanganelli ©

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Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale del Lazio, sentenza 8 novembre 2016 n.302. La mancata riscossione degli oneri concessori è fonte di responsabilità erariale per dirigente e funzionari dell’ufficio tecnico comunale.

Rispondono del danno erariale patito dal comune per mancata riscossione degli oneri concessori, escussione delle polizze fideiussorie ed applicazione delle sanzioni pecuniarie dirigente e funzionari comunali dell’ufficio tecnico addetti al servizio edilizio, per effetto di omissioni e violazioni dei propri obblighi di servizio, ciascuno in relazione alle mansioni svolte consistenti nella mancata richiesta di quanto dovuto dai costruttori beneficiari dei permessi a costruire.uffici-pubblici In particolare, il dirigente ha  mancato di esercitare qualsiasi funzione di controllo e propulsiva in ordine alla corretta gestione delle pratiche relative agli oneri concessori e, considerate le funzioni dirigenziali esercitate e i poteri ad esse connesse, alla sua condotta antidoverosa deve essere ricondotta una maggiore efficienza nella causazione del danno.

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Consiglio di Stato, sez. IV, sentenza 22.10.2015 n. 4817. Caso Icom Borgo Antico. Non è dovuto alcun risarcimento se dopo la sentenza di annullamento del diniego di costruire, il privato non eserciti tutti gli strumenti di tutela volti ad impedire il prodursi dei danni lamentati, per circa 20 milioni di euro, nel successivo giudizio risarcitorio.

In seguito ad  una sentenza  di annullamento dell’illegittimo diniego di costruire lesivo dell’interesse pretensivo del privato, non sussiste la responsabilità risarcitoria del Comune, ove il primo non abbia esperito gli strumenti di tutela previsti dall’ordinamento per ottenere il permesso di costruire, rivolgendosi a tal fine all’Amministrazione, sia con un atto di diffida, sia, soprattutto, se del caso, giudizialmente, cioè con la proposizione di un ricorso per l’ottemperanza, finalizzate ad evitare il prodursi delle conseguenze dannose dedotte nel giudizio risarcitorio.icom
Infatti, l’art. 30, comma 3, Codice del Processo Amministrativo esclude il risarcimento dei danni “che si sarebbero potuti evitare usando l’ordinaria diligenza, anche attraverso l’esperimento degli strumenti di tutela previsti”, richiedendosi al privato una complessiva condotta lineare e non rimproverabile, improntata alla buona fede, tesa ad evitare il danno a quel bene della vita oggetto dell’interesse pretensivo, danno di cui si lamenta il verificarsi, ed a  prevenire l’evolversi degli eventi erroneamente addebitati all’amministrazione. (Antonello Sdanganelli, riproduzione della massima riservata).

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