Consiglio di Stato, Sezione Quarta, sentenza 15 dicembre 2017 n. 5908

Nell’ipotesi di impugnazione di titoli edilizi, la sussistenza del requisito della mera vicinitas non costituisce elemento sufficiente a comprovare la legittimazione a ricorrere e l’interesse al ricorso, occorrendo invece la positiva dimostrazione di un danno che attingerebbe la posizione di colui il quale insorge giudizialmente. Il criterio della vicinitas vicinatose è idoneo a definire la sussistenza di una posizione giuridica qualificata e differenziata in astratto configurabile come interesse legittimo, tuttavia non esaurisce le condizioni necessarie cui è subordinata la legittimazione al ricorso, dovendosi da parte di chi ricorre fornire invece la prova del concreto pregiudizio patito e patiendo (sia esso di carattere patrimoniale o di deterioramento delle condizioni di vita o di peggioramento dei caratteri urbanistici che connotano l’area) a cagione dell’intervento edificatorio. Il sistema così disegnato è armonico rispetto alla disciplina disegnata anche dal codice civile e dalle leggi speciali succedutesi: a ben guardare, il vicino vede protetta la propria sfera giuridica attraverso la inderogabile disciplina dettata in materia di distanze; ma laddove ipotizzi in suo danno un pregiudizio discendente da altre violazioni ha il dovere di dedurlo e provarlo.

massima di redazione ©

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Corte d’Appello di Torino, I Sezione Civile, sentenza 6 luglio 2017 n. 1497

Negli appalti pubblici il Registro di contabilità costituisce l’unico strumento idoneo a ricevere le riserve avanzate dall’appaltatore, poiché in esso devono essere annotate tutte le lavorazioni e le somministrazioni fornite dall’appaltatore comprese quelle ulteriori rispetto alle opere richieste dall’Amministrazione. L’onere dell’appaltatore di formulare tempestiva riserva per maggiori pretese rispetto al corrispettivo pattuito insorge nel momento in cui quei fatti emergano con evidenza secondo criteri oggettivi e di media diligenza, fermo restando il differimento della precisa quantificazione di dette maggiori pretese dopo il definitivo consolidarsi del pregiudizio economico subito e senza che sia consentito all”imprenditore riserve lavori pubblicidi sostituire la ragione indicata nel registro di contabilità con altra causale in precedenza non indicata. E’ causa di inammissibilità e decadenza l’iscrizione delle riserve, per la prima volta, nel Certificato di collaudo e, quindi, tardivamente. L’onere di formulare le riserve nel registro di contabilità non è previsto per un dovere di lealtà contrattuale e per l’esigenza di tempestivi controlli, ma specialmente nell’interesse pubblico di consentire all’amministrazione appaltante la tempestiva verifica delle contestazioni, attesa la necessità della continua evidenza della spesa dell’opera in funzione della corretta utilizzazione e della eventuale integrazione dei mezzi finanziari per essa predisposti. Qualora l’appaltatore introduca varianti di sua iniziativa, o qualora, pur avendone ricevuto l’ordine scritto del direttore dei lavori, non si sia accertato dell’esistenza della loro preventiva approvazione da parte dell’amministrazione ed abbia perciò attuato le varianti in assenza di tale approvazione, queste sono da considerare arbitrariamente eseguite dall’appaltatore e perciò illegittime. L’appaltatore non può pretendere l’ulteriore compenso per il maggior pregio delle lavorazioni effettuate neppure a titolo di arricchimento senza causa ai sensi dell’art. 2041 c.c., dovendosi ritenere tale azione preclusa dall’esistenza nei suoi riguardi dell’espresso e perentorio divieto legislativo di introdurre varianti arbitrarie e della sancita esclusione di ogni compenso in caso di violazione del divieto stesso.

massima di redazione

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Tribunale Amministrativo Regionale Veneto, sentenza 3 maggio 2017 n. 434

E’ legittima l’ordinanza adottata dal Sindaco, ex art 50, comma 7, del D.lgs. n. 267/2000, che, allo scopo di prevenire, contrastare e ridurre il fenomeno del gioco d’azzardo patologico, dispone la limitazione degli orari di apertura delle sale da gioco o scommessa e degli altri esercizi in cui sono installate apparecchiature per il gioco per tutelare la salute pubblica e il benessere socio-economico dei cittadini. gioco azzardoNon occorrono indagini istruttorie per la verifica dell’incidenza del fenomeno della ludopatia sul territorio comunale in quanto esso costituisce un fatto notorio o, comunque, una nozione di fatto di comune esperienza, come attestano le numerose iniziative di contrasto assunte dalle autorità pubbliche a livello europeo, nazionale e regionale. La disciplina limitativa degli orari di apertura dei pubblici esercizi in cui si svolgono attività di gioco o scommessa – che consente un’apertura giornaliera pari a quattordici ore giornaliere consecutive (h 8- 22) –rispetto agli obiettivi perseguiti (prevenzione, contrasto e riduzione del gioco d’azzardo patologico), appare proporzionata realizzando essa un ragionevole contemperamento degli interessi economici degli imprenditori del settore con l’interesse pubblico a prevenire e contrastare fenomeni di patologia sociale connessi al gioco compulsivo, causativo di conseguenze pregiudizievoli sia sulla vita personale e familiare dei cittadini, che a carico del servizio sanitario e dei servizi sociali.

massima di Gloria Sdanganelli ©

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Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale del Veneto, sentenza 28 febbraio 2017 n.29

Risponde di responsabilità erariale per aver procurato un grave danno all’immagine della pubblica amministrazione il funzionario che con la sua condotta corruttiva oggetto di sentenza di patteggiamento, abbia arrecato una lesione del decoro e del prestigio della pubblica amministrazione, determinando perdita di credibilità ed affidabilità presso i cittadini, e pregiudicando valori primari di rilievo costituzionale, quali la legalità dell’azione amministrativa, il buon andamento e l’imparzialità della amministrazione. Trattandosi di danno-evento e non danno-conseguenza, per la risarcibilità del pregiudizio all’immagine pubblica va colto l’aspetto di lesione ideale, e non è necessario provare i costi effettivamente sostenuti per il ripristino di beni immateriali lesi, essendo sufficiente provare la sussistenza di un fatto intrinsecamente dannoso in quanto confliggente con interessi primari protetti in modo immediato dall’ordinamento giuridico.mose inchiesta La prova della propalazione mediatica della notizia (clamor fori) delle condotte delittuose commesse dal funzionario, mettendone in evidenza gli aspetti più gravi e disdicevoli, tali da ingenerare ricadute negative sulla valutazione dell’opinione pubblica in ordine all’affidabilità dall’Amministrazione da lui diretta e alla onorabilità dell’ente pubblico, ricade sull’attore pubblico (nel caso concreto la prova è stata raggiunta dalla rassegna stampa prodotta in giudizio). Il danno all’immagine deve ritenersi evidente ogniqualvolta un soggetto, legato da rapporto di servizio, ponga in essere un comportamento criminoso e sfrutti la posizione ricoperta per il perseguimento di scopi personali utilitaristici e non per il raggiungimento di interessi pubblici generali, così minando la fiducia dei cittadini nella correttezza dell’azione amministrativa, con ricadute negative nell’organizzazione amministrativa e nella gestione dei servizi in favore della collettività. Il danno da disservizio consiste nel pregiudizio che la condotta illecita del dipendente arreca al corretto funzionamento dell’apparato pubblico, determinando, attraverso l’espletamento di un servizio al di sotto delle caratteristiche di qualità e quantità richieste, il mancato conseguimento degli obiettivi di legalità, di efficienza, di efficacia, di economicità e di produttività dell’azione pubblica. La quantificazione delle due voci di danno,anche se non comportano una diminuzione patrimoniale diretta per la P.A., sono suscettibili di una valutazione patrimoniale, da effettuarsi equitativamente, ex art. 1226 c.c., sulla base dei parametri soggettivo, oggettivo e sociale che la parte pubblica, ai sensi dell’ art. 2697 c.c., ha l’onere di fornire

massima redatta da Gloria Sdanganelli ©

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Consiglio di Stato, Sezione Terza, sentenza 8 settembre 2016 n. 3829. La riattivazione di una sede farmaceutica vacante non è lesiva della posizione soggettiva dei farmacisti limitrofi.

La modifica della pianta organica per effetto dell’istituzione di una nuova sede farmaceutica incide sulla zona di competenza delle farmacie preesistenti, recando un evidente pregiudizio ai relativi titolari di sede che, per effetto della nuova istituzione, si vedono ridotta la perimetrazione della propria zona. Ove, come nel caso di specie, non viene istituita una nuova sede farmaceutica, ma soltanto riassegnata una sede istituita da moltissimi anni, e da molto tempo rimasta vacante, la riattivazione della sede farmaceutica – pur comportando farmaciain via di fatto una perdita reddituale correlata allo sviamento di clientela per i titolari delle sedi limitrofe – non incide né sulla pianta organica, né sulla perimetrazione delle singole zone di competenza delle farmacie vicine, restando del tutto invariato il regime regolatorio. La riattivazione di una sede farmaceutica, vacante da anni, non lede la posizione giuridica dei titolari delle sedi limitrofe, in quanto detta posizione si configura come di mero fatto, non traendo origine dalla pianta organica diretta a perseguire la migliore e più capillare allocazione del servizio farmaceutico; la copertura della sede vacante, costituisce, infatti, lo strumento mediante il quale si ripristina – dopo tanto tempo – la corretta gestione del servizio farmaceutico a tutela degli utenti di una determinata zona che da anni erano sprovvisti del servizio farmaceutico. Nè lo sviamento di clientela può costituire un idoneo presupposto per fondare la legittimazione e l’interesse al ricorso di primo grado.

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T.A.R. Toscana, Sezione prima, sentenza 30 maggio 2016 n. 931. La chiusura di un ufficio postale non si giustifica per l’economicità della gestione senza tutelare ragioni di coesione sociale.

Nell’ipotesi di chiusura di un ufficio postale impugnata da un comune, non può attribuirsi rilievo esclusivo al solo criterio di ragionevolezza basato sull’economicità della gestione come presupposto per la permanenza di uffici postali in territori particolarmente disagiati, nel senso che all’equilibrio economico non può ascriversi la stessa determinante rilevanza che assume nella gestione di una impresa privata.ufficio postale La chiusura di un ufficio postale non può essere disposta solo per ragioni di carattere economico, senza considerare il criterio di distribuzione degli uffici postali di cui all’art. 3, d.lgs. 22 luglio 1999, n. 261 e, soprattutto, senza ponderare il pregiudizio alle esigenze degli utenti derivante dalla chiusura dell’ufficio individuando valide soluzioni alternative, a tutela della coesione sociale e territoriale. E’ illegittimo, per difetto di motivazione, il provvedimento di chiusura permanente di un ufficio postale, che faccia generico riferimento ad un “piano di efficientamento volto all’adeguamento dell’offerta all’effettiva domanda dei servizi postali in tutti i Comuni del territorio nazionale in ragione del comprovato disequilibrio economico di cui alla erogazione del “servizio postale universale, atteso che tale motivazione risulta disancorata da qualunque esplicitazione di fatti riferibili al caso di specie, tanto da ridursi ad una mera clausola di stile, replicabile in maniera identica in qualunque situazione

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