Corte Dei Conti, Sezione Giurisdizionale per il Piemonte, sentenza 12 Gennaio 2018 n. 1

Sono responsabili del danno erariale arrecato alla Regione il dirigente dell’amministrazione regionale e gli amministratori della società concessionaria del servizio di riscossione della tassa automobilistica conseguente a fatti di corruzione e turbativa d’asta nell’affidamento e nel mantenimento del servizio di riscossione alla predetta società concessionaria.Ancorché pronunciate ex art. 444 c.p.p. alle sentenze penali va riconosciuto particolare valore probatorio, ove non siano opposte, nel giudizio contabile, specifiche prove contrarie idonee a smentire la tenuta del quadro probatorio complessivo. corruzioneL’accertamento della responsabilità contabile per danno da lesione della concorrenza ed all’immagine della P.A. – solidale stante la natura dolosa degli illeciti – non richiede tanto di valutare la legittimità degli atti amministrativi adottati nella specie, quanto la condotta dei loro autori sul piano della responsabilità amministrativo-contabile, atteso che l’illiceità non coincide necessariamente con l’illegittimità dell’atto amministrativo, essendo la prima piuttosto un connotato della condotta causativa di danno, attenendo invece la seconda all’espressione formale dell’azione amministrativa. In presenza di violazione di norme imperative, anche di carattere penale, l’importo dell’utile corrisposto, da parte della P.A., all’impresa scelta senza alcuna procedura di evidenza pubblica, utile di cui l’impresa stessa va ritenuta, sulla base dell’orientamento sopra richiamato, ingiustamente arricchitasi, integra un danno patrimoniale traducibile, in base al criterio presuntivo, nella percentuale del 5 per cento sul valore del servizio. Le dazioni di utilità qualificabili come tangenti appaiono direttamente funzionali alla concessione del servizio di riscossione in capo ad un soggetto individuato senza alcuna evidenza pubblica, risolvendosi pertanto nel danno derivante dalla soppressione o alterazione del meccanismo concorrenziale, non concorrono alla quantificazione del risarcimento trattandosi piuttosto di una sua duplicazione non ascrivibile agli autori dell’illecito.

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Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia, Sezione Seconda, sentenza 11 gennaio 2018 n.45

In un piano particolareggiato di iniziativa pubblica, l’accordo stipulato dalla P.A. con il privato – stabilmente recepito fra i modelli convenzionali tipici dell’urbanistica consensuale, espressione degli accordi disciplinati dall’art. 11 della legge 241/1990 – giustifica da un lato, la possibilità che l’Amministrazione imponga un particolare contenuto all’accordo vincolante, dall’altro che gli atti con cui i privati assumono l’impegno ad attuare le previsioni urbanistiche e, quindi, a cedere delle aree per la realizzazione delle opere di urbanizzazione, debbano strettamente collegarsi agli obiettivi della convenzione. centro commercialeNe deriva che la causa di tali atti è di norma costituita dalla cessione alla P.A. delle aree o a scomputo degli oneri di urbanizzazione o dietro rilascio di permessi di costruire o di permessi in sanatoria o, ancora, mediante monetizzazione, ma sempre in una dialettica aperta tra le parti contraenti in ordine alle modalità di attuazione della trasformazione urbana, in un contesto di reciproco confronto, addirittura di una copianificazione. Non è  rinvenibile nell’ordinamento di settore un principio che dia unilateralmente titolo al soggetto attuatore di venire meno all’obbligo di corrispondere gli oneri di urbanizzazione benchè pattuiti in misura significativamente superiore rispetto a quella tabellare, poiché l’elemento qualificante di tale modello esclude la sinallagmaticità delle prestazioni tra gli obblighi delle parti inerenti l’urbanizzazione e l’edificazione delle aree oggetto di convenzionamento.

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Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale per la Regione Sardegna, sentenza 15 dicembre 2017 n. 160

Il pubblico dipendente nei cui confronti è stata applicata la pena per patteggiamento in ordine ai reati di associazione a delinquere e di turbata libertà degli incanti, risponde del danno all’immagine procurato alla amministrazione di appartenenza, in quanto, in disparte la indubbia risonanza sociale del reato commesso come appalti truccaticomprovato dai vari articoli di stampa versati in atti, dal comportamento delittuoso da esso serbato è derivato un vulnus al prestigio delle amministrazioni coinvolte, anche in ragione del ruolo di particolare rilievo (responsabile dell’ufficio tecnico), specie in piccole comunità. Il modo di condurre le gare, incidente, negativamente e in maniera profonda, sulla stessa organizzazione amministrativa, evidenzia la sussistenza di tutti i negativi risvolti di natura sociale, originati da un operare in cui l’interesse personale sopravanza, di gran lunga, i doveri di lealtà e correttezza imposti a ciascun pubblico dipendente. Tali risvolti sono legati alla negativa impressione suscitata nell’opinione pubblica locale, ed anche all’interno della stessa Amministrazione, mentre l’eventuale clamor fori,e la diffusione ed amplificazione del fatto operata dai mass-media, non integrano la lesione del bene tutelato, ma ne indicano semplicemente la dimensione, diventando, per tale aspetto, uno dei parametri utilizzabili per una quantificazione del danno commisurato nel doppio della somma di denaro o del valore patrimoniale di altra utilità illecitamente percepita dal dipendente, in applicazione della disposizione prevista dal comma 1-sexies dell’articolo 1 della legge 14 gennaio 1994, n. 20, come introdotto dalla legge n. 190/2012.

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Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale per la Toscana, sentenza 16 novembre 2017 n.270

Il dirigente ed il funzionario comunali preposti al servizio competente rispondono del danno erariale arrecato all’ente per aver omesso la vigilanza sul rispetto del limite di spesa previsto dall’art.6, comma 8, d.l. 31 maggio 2010 n.78, per le spese di relazioni pubbliche, convegni, mostre, pubblicità e rappresentanza. La spese politicaconfigurabilità della condotta gravemente colposa non va esclusa laddove, pur avendo segnalato il problema del superamento del limite di spesa, essi non hanno manifestato il proprio dissenso in ordine alle determinazioni di spesa e, avendo apposto il visto di regolarità contabile attestante la copertura finanziaria, hanno disatteso la precedente segnalazione dei revisori dell’illecito sforamento dei limiti rigorosi delle risorse disponibili e dei vincoli complessivi della finanza pubblica previsti dalla normativa.

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Tribunale Amministrativo Regionale Piemonte, Sezione Prima, sentenza 9 giugno 2017 n.717

E’ giustificata da un pericolo concreto per l’incolumità pubblica l’ordinanza contingibile ed urgente del Sindaco che obbliga il responsabile dell’inquinamento di un’area di sua proprietà per omessa vigilanza ediscarica custodia colpevole, di predisporre un piano di monitoraggio del metano e gas interstiziali nocivi prodotti da rifiuti idonei a contaminare aria e falda acquifera in quantità non necessariamente preventivabili, ma tali da determinare in modo repentino danni gravissimi se non la morte delle persone, e di procedere alla bonifica ambientale ai sensi dell’art. 244 D. L.vo 152/2006. La responsabilità per l’inquinamento da metalli pesanti nel suolo e nelle acque non dipende dalla mera titolarità dell’area adibita a discarica abusiva negli anni in cui essa è stata oggetto di conferimento di rifiuti, sibbene dal fatto che, nella migliore delle ipotesi, colpevolmente è stata omessa una attività di vigilanza e custodia del sito, e con ciò facendo ha concretamente agevolato la condotta di coloro che, per circa 15 anni, hanno depositato nella ex-cava un ingentissimo volume di rifiuti. Gli obblighi di bonifica ambientale non richiedono che sia ravvisabile in capo al responsabile dell’inquinamento un coefficiente soggettivo di colpevolezza, che è invece richiesto dall’art. 192 del D.L.vo 152/2006 al fine di ordinare al proprietario del sito interessato dall’abbandono incontrollato di rifiuti la rimozione degli stessi. La differenza sussistente tra tale situazione e quella divisata dagli articoli 242 e 244 del D. L.vo 152/2006 è che in questo secondo caso si è in presenza di una contaminazione ambientale (con o senza presenza di rifiuti da asportare), la quale giustifica l’inasprimento della responsabilità, che scatta in presenza del mero riscontro di una condotta attiva od omissiva causativa del danno ambientale, a prescindere dal riscontro di un coefficiente di colpevolezza. Venendo in considerazione la tutela dell’ambiente nonché la tutela della salute umana, in applicazione del principio di precauzione non si può pensare di bloccare l’inizio di una bonifica solo perché non è ancora chiaro quali opere sia necessario eseguire per dare corso ad una bonifica. E’ sufficiente che si proceda nei confronti dei responsabili già identificati, e che questi siano obbligati a fare tutto quanto in concreto ritenuto necessario dagli organi tecnici per bonificare un sito.

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Corte d’Appello di Potenza, Sezione Civile, sentenza 16 maggio 2017 n. 245

Nell’ipotesi di responsabilità del Ministero della Salute nella causazione del contagio da epatite cronica HCV, correlato ad epatopatia cronica, contratta a seguito di trattamento di trasfusione subito presso una struttura sanitaria pubblica, è da escludere la configurabilità del reato di epidemia colposa (artt. 438 e 452 c.p.), iemotrasfusionen quanto quest’ultima fattispecie, presupponente la volontaria diffusione di germi patogeni, sia pure per negligenza, imprudenza o imperizia, con conseguente incontrollabilità dell’eventuale patologia in un dato territorio e su un numero indeterminabile di soggetti, non appare conciliarsi con l’addebito di responsabilità a carico del Ministero, prospettato in termini di omessa sorveglianza sulla distribuzione del sangue e dei suoi derivati: in ogni caso, la posizione del Ministero è quella di un soggetto non a diretto contatto con la fonte del rischio. Rimane, quindi, solo la configurabilità del reato di lesioni, anche gravissime, non potendosi negare, che per le ragioni sopra dette, il comportamento colposamente omissivo da parte degli organi del Ministero preposti alla farmacosorveglianza sia stata una causa, quanto meno concorrente, nella produzione dell’evento dannoso. In tal senso, la prescrizione della pretesa aquiliana è pari a cinque anni decorrente dal giorno in cui tale malattia viene percepita o può essere percepita.

massima di Gloria Sdanganelli ©

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