Tribunale Amministrativo Regionale della Calabria, Catanzaro, Sezione Prima, sentenza 26 aprile 2018 n. 965

In tema di risarcimento danni da annullamento di esclusione e mancata aggiudicazione, per l’accertamento dell’elemento soggettivo della colpa la giurisprudenza della Corte di Giustizia ha da tempo configurato una ipotesi di responsabilità oggettiva, essendo del tutto irrilevante, al fine di affermarne la responsabilità risarcitoria, l’esistenza di qualsivoglia negligenza, imprudenza ovvero imperizia in capo alla stazione appaltante danneggiante. Tuttavia, sussistono indizi gravi, precisi e concordanti dell’esistenza di tale atteggiamento psicologico, coincidenti non soltanto con l’illegittimità dell’attività provvedimentale posta in essere dalla stazione appaltante ma anche con il comportamento da quest’ultima tenuto, allorquando non ha dato seguito alle pronunce cautelari di primo e secondo grado, soricalcosì perseverando nell’affidamento del contratto in favore all’aggiudicataria. Circa il quantum debeatur relativo a nocumenti patrimoniali che il creditore, avendone la possibilità, ha l’onere rigoroso di provare, così sfuggendo la relativa liquidazione a qualsivoglia criterio equitativo (art. 1226- 2051 c.c.) è fornita la prova rigorosa e precisa dell’ammontare del danno, in termini di mancato utile, mediante l’applicazione di un parametro quantitativo che appare quanto mai verosimile e realistico, essendo stato previsto dalla stessa stazione appaltante in sede di predisposizione unilaterale del capitolato speciale di appalto. In tal senso, si presta ad essere utilizzata dal Collegio onde procedere alla liquidazione del mancato utile conseguente alla stipula del contratto la previsione contrattuale secondo cui i nuovi prezzi, per essere remunerativi delle prestazioni oggetto di contratto, avrebbero comunque dovuto tener conto, tra le altre cose, anche del 10% del prezzo offerto, a titolo di utile. L’obbligazione di risarcire il danno ha natura di debito di valore avendo la funzione di ricostruire integralmente il patrimonio del danneggiato. Ne consegue che sulla somma liquidata a titolo di risarcimento spetta all’impresa danneggiata, dalla data di realizzazione del fatto illecito, coincidente con quella di adozione della delibera di aggiudicazione annullata sia la rivalutazione monetaria, secondo l’indice medio dei prezzi al consumo elaborato dall’Istat, che attualizza al momento della liquidazione il danno subito, sia gli interessi compensativi, determinati in via equitativa assumendo come parametro il tasso di interesse legale, calcolati sulla somma periodicamente rivalutata, volti a compensare la mancata disponibilità di tale somma fino al giorno della pubblicazione della presente sentenza. Sulla somma così determinata, spettano inoltre gli interessi legali dal giorno della pubblicazione della sentenza sino al soddisfo.

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Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 16 ottobre 2015, n. 20928. Il Comune è responsabile dei danni procurati dagli addetti ai servizi sociali ai minori allontanati dalla famiglia sulla base di un’ ipotesi di molestie sessuali paterne, rivelatasi infondata.

In relazione al comportamento illecito degli addetti comunali ai servizi sociali, i quali – basandosi esclusivamente sulle dichiarazione di una maestra d’asilo, che aveva ritenuto di ravvisare il sospetto di molestie sessuali parte del padre sulla figlia minore avevano – ottenuto dal Sindaco un provvedimento di allontanamento della minore dalla casa familiare e di affidamento al Comune, poi revocato dal Tribunale dei Minori per insussistenza dei fatti ascritti al padre, il Comune risponde, ai sensi dell’art. 2049 cod. civ., sulla base di una fattispecie di responsabilità che gli è addebitabile oggettivamente, per effetto della condotta colposa dei suoi dipendenti, nell’esercizio delle loro specifiche incombenze.famigliaIl danno biologico da patologia psichica valutato equitativamente dal giudice di merito rappresenta un equilibrato e ragionevole compromesso fra l’esigenza di assicurare un ristoro effettivo della sofferenza cagionata ai bambini da un trauma affettivo che potrebbe segnare l’intera loro vita e la necessità di evitare che l’azione risarcitoria possa essere strumentalizzata allo scopo di trame un ingiustificato profitto.

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Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 24 settembre 2015, n. 18860. I danni da vendita di un prodotto assicurativo fantasma sono risarciti in solido dall’agente e, per responsabilità oggettiva, dalla compagnia.

Nel giudizio introdotto dal risparmiatore per fare accertare la sussistenza della responsabilità oggettiva, ex art. 2049 c.c., della compagnia di assicurazioni per il fatto illecito del suo agente che abbia venduto al cliente un prodotto assicurativo “fantasma” impossessandosi del denaro da questo versato per l’acquisto, il giudice di merito, accertata la responsabilità dell’agente, deve limitarsi a verificare che sussista un nesso di occasionalità necessaria tra l’attività dell’agente e l’illecito, nel senso che il comportamento illecito sia stato agevolato o reso possibile dalle incombente affidate all’agente, non essendo per contro a carico del danneggiato la prova del dolo o della colpa della società proponente, né tanto meno la prova di aver verificato facendo uso della ordinaria diligenza,agenti assicurazione la reale esistenza, e la riconducibilità alla società convenuta del prodotto venduto. La funzione della previsione di questa ipotesi di responsabilità oggettiva è quella di tutelare chi abbia rapporti con un soggetto che, in virtù del suo inserimento in una struttura, in questo caso una compagnia di assicurazioni, crea per ciò stesso un particolare affidamento nel cliente una volta che gli propone l’acquisto di prodotti del gruppo, affiancando alla responsabilità diretta dell’operatore disonesto quella della società che lo ha utilizzato mettendolo in condizione di provocare il danno al risparmiatore.

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