Cassazione, Seziona Lavoro, sentenza 31 maggio 2021 n. 15125. Estinzione del rapporto di lavoro alle dipendenze della P.A., destituzione e decadenza.

Maurizio Carnevali

Diversamente dal provvedimento di destituzione dell’impiegato, quale ipotesi di esercizio del potere disciplinare della Pubblica Amministrazione, sancito dall’art. 84 del D.P.R. n. 3/1957, il provvedimento di decadenza disciplinato all’art. 127, comma 1, lett. c), D.P.R. n. 3/1957, non ha natura disciplinare e non costituisce un’ipotesi di cessazione del rapporto di lavoro riconducibile ad una scelta discrezionale del datore di lavoro, ma è atto vincolato di natura dichiarativa che trae il proprio presupposto dall’oggettivo riscontro dell’assenza dal servizio per un periodo di tempo non inferiore ai 15 giorni, durante il quale il dipendente non solo non abbia riassunto il servizio nel termine eventualmente prefissato, ma neanche prodotto documentazione inerente ad una causa impeditiva dell’assolvimento della prestazione lavorativa. Dalla diversa natura del provvedimento di decadenza dall’impiego adottato dalla Pubblica Amministrazione, con decorrenza dal momento in cui si era verificata la situazione di fatto, cioè l’assenza ingiustificata ,è da escludere l’applicazione della decadenza prevista dalla L. n. 604 del 1966, art. 6, ricollegata ad ipotesi di licenziamento del prestatore di lavoro per giusta causa ai sensi dell’art. 2119, c.c., o per giustificato motivo, cioè per ipotesi di notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore di lavoro o da ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa.


 

massima e commento di Giulia Morello©

La sentenza in commento, sancisce una netta distinzione tra due forme di estinzione del rapporto di lavoro alle dipendenze della Pubblica Amministrazione, stabilendo, nel caso in cui l’estinzione derivi dall’assenza prolungata e ingiustificata dal servizio, l’applicabilità del provvedimento di decadenza dall’impiego e l’inapplicabilità del provvedimento di destituzione, conseguente ad un procedimento disciplinare.

La destituzione, disciplinata dall’art. 84 del D.P.R. n. 3/1957, costituisce un provvedimento espressione del potere disciplinare, di natura sanzionatoria, della Pubblica Amministrazione, quale attività di gestione del rapporto di lavoro che il datore pone in essere ai sensi dell’art. 2106, c.c., e cioè con la capacità e i poteri del privato datore di lavoro (è così che l’art. 59, d.lgs. n. 29/1993 qualifica il potere disciplinare delle amministrazioni nei confronti degli impiegati contrattualizzati).

Infatti, a seguito della riforma di privatizzazione del pubblico impiego, la matrice pubblica del rapporto di lavoro ha imposto la creazione di un sistema disciplinare interamente regolato dalla legge o da atti unilaterali dell’amministrazione, superando la vecchia disciplina pubblicistica del T.U. del 1957 degli impiegati civili dello Stato (Titolo VII, artt. 78, ss.). L’art. 59, d.lgs. n. 29/1993, completamente riformulato dall’art. 27, d.lgs. n. 546/1993 e successivamente modificato dall’art. 27, comma 2, d.lgs. n. 80/1998 nel testo ora confluito nell’art. 55, d.lgs. n. 165/2001, offre una nuova regolamentazione della materia, confermando la privatizzazione della responsabilità disciplinare, che emerge con forza dal richiamo all’art. 2106, c.c. e da quello, pur non integrale, all’art. 7 St. Lav. Si è, pertanto, realizzato il superamento della supremazia speciale della Pubblica Amministrazione, per passare al potere disciplinare del privato datore di lavoro.

Il provvedimento di destituzione, fin ora analizzato, rappresentando la sanzione più grave che la P.A. può emettere nei confronti dell’impiegato pubblico, comporta la cessazione del rapporto di impiego ed è conseguente al compimento dei più gravi illeciti disciplinari (tra cui: inosservanza degli obblighi di diligenza del prestatore di lavoro e dell’obbligo di fedeltà previsti agli artt. 2104-2105, c.c.).

Nel caso oggetto della decisione della Corte di cassazione, però, il provvedimento di estinzione del rapporto di lavoro, emesso dalla P.A., è generato da un’assenza prolungata e ingiustificata del dipendente pubblico, causa che non trova spazio nella disciplina degli artt. 55 ss. del D.lgs. n. 165 del 2001, ma costituisce presupposto e condizione oggettiva per un altro provvedimento di estinzione: la decadenza.

Il provvedimento di decadenza è disciplinato dall’art. 127 del D.P.R. n. 3/1957, il quale articolo individua diverse tipologie di decadenza dell’impiegato (lettere dalla a) alla d)), ricollegate al riscontro oggettivo di specifici fatti o comportamenti. Con riferimento al caso de quo, al comma 1, lett. c), secondo periodo, del medesimo articolo “quando, senza giustificato motivo, non assuma o non riassuma servizio entro il termine prefissogli, ovvero rimanga assente dall’ufficio per un periodo non inferiore a quindi giorni ove gli ordinamenti particolari delle singole amministrazioni non stabiliscano un termine più breve”.

Il provvedimento con cui viene dichiarata la decadenza dall’impiego da parte della P.A. ha natura di accertamento costitutivo, poiché l’amministrazione si limita ad accertare obiettivamente il verificarsi di quei fatti o comportamenti a cui la legge ricollega la cessazione del rapporto d’impiego, senza compiere valutazioni discrezionali in ordine ai requisiti di capacità e di idoneità dell’impiegato, nell’esigenza di allontanare quei dipendenti che si sottraggono ai doveri che derivano dal rapporto lavorativo. Siffatta natura del provvedimento di decadenza è richiamata anche da autorevole giurisprudenza del Consiglio di Stato, sez. V, 21.01.2019, n. 496, per cui: deve rilevarsi come il provvedimento con cui sia dichiarata la decadenza dall’impiego di un dipendente pubblico, per ingiustificata e prolungata assenza dal servizio, abbia natura meramente dichiarativa, vincolata all’accertamento dell’oggettiva circostanza dell’assenza del dipendente, il quale non abbia fornito congrue giustificazioni (cfr. anche: sent. T.A..R. Roma, sez. I, 07.01.2021, n. 222; Consiglio di Stato, sez. III, 27.10.2014, n. 5311).

Nella sentenza in commento, la Corte di cassazione ha riaffermato, con tale distinzione, la natura vincolante del provvedimento di decadenza, che non va adottato con le garanzie proprie del provvedimento disciplinare; quest’ultimo, infatti, rappresenta un potere discrezionale esercitato dalla Pubblica Amministrazione nella qualifica di privato datore di lavoro, il quale decide se cessare il rapporto lavorativo.

La Corte rileva, inoltre, dalla diversa natura dei provvedimenti appena analizzati, l’inapplicabilità della decadenza ex art. 6, l. n. 604 del 1966; quest’ultima, discendente dalla mancata impugnazione del licenziamento entro 60 giorni dalla ricezione della sua comunicazione (o dal mancato deposito del ricorso entro 180 giorni nella cancelleria del tribunale), è ricollegata ad ipotesi di licenziamento del prestatore di lavoro per giusta causa ai sensi dell’art. 2119, c.c. o per giustificato motivo, cioè per ipotesi di notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore di lavoro o da ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa (art. 3, l. n. 604 del 1966).

L’inapplicabilità della decadenza prevista all’art. 6 deriva dal mancato esercizio del potere discrezionale della Pubblica Amministrazione in qualità di datore di lavoro privato, essendo, la decadenza, ricollegata ad ipotesi diverse di estinzione del rapporto di lavoro.

testo integrale della sentenza

Cass Lav sentenza n. 15125-2021

This Post Has Been Viewed 63 Times