Consiglio di Stato, Sezione Terza, sentenza 15 febbraio 2018 n. 971

In tema di interdittiva prefettizia antimafia, il potere preventivo dello Stato, nonostante la funzione anticipatrice della soglia di difesa sociale ad esso riconosciuta, non può fondarsi su valutazioni di carattere personalistico e/o soggettivistico, sganciate da comportamenti materiali che denotino la propensione, o comunque l’influenzabilità mafiosa del soggetto. I legami familiari confluenti in una struttura clanica non sono sufficienti a denotare il pericolo di condizionamento mafioso, se non si colorino di ulteriori connotati – di cui è onere dell’Amministrazione dare conto nel contesto motivazionale del provvedimento interdittivo, ndranghetadopo averli puntualmente lumeggiati in sede istruttoria – atti ad attribuire ad essi valore sintomatico di un collegamento che vada oltre il mero e passivo dato genealogico, ma si traduca nella volontaria condivisione di aspetti importanti di vita quotidiana ovvero, nelle ipotesi di maggiore evidenza dell’influenza mafiosa, nella sussistenza di cointeressenze economiche e commistioni imprenditoriali. Tali ulteriori elementi qualificanti tuttavia, per consentire di fondarvi il ragionamento logico-presuntivo che mette capo alla valutazione di permeabilità criminale dell’impresa, devono essere dotati di sufficienti requisiti di certezza storico-fattuale, mentre la catena deduttiva che di essi si alimenta per approdare alla conclusione interdittiva deve ispirarsi a canoni di logica e verosimiglianza, la cui corretta applicazione spetta in ultima analisi al giudice, nella eventuale sede contenziosa, verificare. Le condotte criminose analizzate non vengono censurate per sé stesse con metodo atomistico, ma, in una visione d’insieme, saranno ritenute sintomatiche di una personalità mafiosa che tuttavia, per poter essere ragionevolmente configurata, richiede l’imputabilità al soggetto attenzionato di azioni effettivamente riconducibili al modus operandi proprio delle organizzazioni criminali – e non solo espressive di una generica ed astratta “mentalità” mafiosa. L’ipotesi investigativa, intesa ad attribuire ad una scelta del tutto personale, come quella di celebrare matrimonio nella regione d’origine, notoriamente ad alta densità mafiosa, per di più imputabile ad un soggetto distinto dai partecipi dell’impresa interdetta, un valore strategico sul piano dei rapporti criminali, richiederebbe invero, per risultare attendibile, il supporto di elementi ulteriori rispetto a quelli semplicemente desumibili dal curriculum criminale di uno degli sposi (o di suoi parenti): elementi, in particolare, dimostrativi di una concreta inclinazione dei genitori della sposa, cui quella scelta sarebbe in ultima analisi riconducibile, verso la criminalità organizzata, anche solo per ragioni di opportunismo imprenditoriale.

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Consiglio di Stato, Sezione Terza, sentenza 23 gennaio 2018 n. 443

Nell’ambito della revisione e riqualificazione della rete delle alte specialità sanitarie (Cardiochirurgia), lo standard (o soglia) di almeno 300 interventi chirurgici annui in circolazione extracorporea riferito alle unità operative – e non al dipartimento – su cui calcolare l’effettuazione delle prestazioni, assume rilievo per il fatto che la normativa nazionale e regionale preveda che l’unità operativa costituisca l’unità base del sistema ospedaliero. sanità tagliDall’esame della disciplina di settore si evince come l’organizzazione dipartimentale – intesa come un’organizzazione integrata di unità operative omogenee, affini o complementari, ciascuna con obiettivi specifici – rappresenta il modello ordinario di gestione operativa delle attività a cui fare riferimento in ogni ambito del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), anche al fine di assicurare la buona gestione amministrativa e finanziaria. La scelta dell’amministrazione regionale riguardo ai numeri e alle tipologie di interventi da utilizzare come soglia e criterio per la selezione delle Unità operative da mantenere o sopprimere, costituisce l’espressione di una valutazione a contenuto tecnico e discrezionale, assunta all’esito di un’approfondita analisi istruttoria e un’accurata ponderazione dei diversi interessi coinvolti nella decisione, suscettibile di sindacato da parte del giudice amministrativo là dove, però, emerga la carenza di istruttoria, la incompletezza del procedimento logico valutativo o la sua manifesta irragionevolezza.

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Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Quinta), Napoli, sentenza 17 novembre 2017 n. 5447

E’illegittimo l’ordine di bonifica dell’area rivolto indiscriminatamente al proprietario in ragione esclusiva della sua qualità non potendo discendere l’obbligo di bonifica in capo esso, senza accertare o dimostrare, attraverso una completa istruttoriadeposito rifiuti e un’esauriente motivazione, la materiale disponibilità del terreno interessato – indice di travisamento dei fatti – e la sussistenza dell’elemento psicologico che avrebbe dovuto sorreggere la condotta omissiva, in violazione del disposto dell’art. 192, comma 3, d.lgs. 152/2006.

motivazione di redazione ©

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Tribunale di Torino, Sezione Lavoro, sentenza 9 maggio 2017 n. 576

L’assoluzione del pubblico dipendente comunale a conclusione del processo penale per truffa aggravata e peculato al quale era stato sottoposto non impedisce il procedimento disciplinare a suo carico, potendo i fatti essere rivalutati in quella diversa sede non certo nella loro consistenza oggettiva, ciò che effettivamente è precluso dalla sentenza di assoluzione, bensì nella loro rilevanza ai fini di integrare la distinta fattispecie disciplinare. In sede disciplinare, l’amministrazione è libera di valutare autonomamente gli atti del procedimento penale, senza necessità di una ulteriore ed autonoma istruttoria, e di avvalersi dei medesimi atti, in sede d’impugnativa giudiziale, per dimostrare la fondatezza degli addebiti.procedimento disciplinare
L’avere timbrato la propria presenza in servizio in orari in cui il dipendente si trovava presso la propria abitazione o in altro luogo diverso dalla sede di servizio e per motivi estranei al proprio ufficio costituisce elusione dei sistemi di rilevamento elettronici della presenza e dell’orario o manomissione dei fogli di presenza o delle risultanze anche cartacee degli stessi. Eludere significa sottrarsi ad un controllo ed indubbiamente l’utilizzo del badge in modo improprio impedisce al datore di lavoro di controllare l’effettiva presenza in servizio del dipendente, esigenza nella specie ancora più pregnante tenuto conto che l’attività lavorativa si svolgeva per lo più al di fuori dell’ufficio

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Tribunale Amministrativo Regionale della Calabria, Sezione Prima, Catanzaro, sentenza 6 aprile 2017 n.600

Il beneficio previsto dall’art. 42 bis, d. lgs. n. 151/2001, consiste nella possibilità per il dipendente – vice commissario del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria del Ministero di Giustizia, assegnato presso una Casa Circondariale molto lontana dalla residenza familiare – di chiedere l’assegnazione in una sede di servizio nella stessa provincia o regione nella quale l’altro genitore esercita la propria attività lavorativa, non è un diritto incondizionato. famiglia 2L’assegnazione temporanea può essere concessa “subordinatamente alla sussistenza di un posto vacante e disponibile di corrispondente posizione retributiva e previo assenso delle amministrazioni di provenienza e destinazione”, ma la predeterminazione normativa dei presupposti di fatto cui deve adeguarsi la valutazione dell’amministrazione/datrice di lavoro e il rilievo costituzionale degli interessi familiari che l’istituto mira a soddisfare delimitano notevolmente l’area di scelta. Poiché l’assenso dell’amministrazione, che presenta connotati di attenuata discrezionalità, potrà essere negato limitatamente a casi o esigenze eccezionali, il rigetto della domanda di assegnazione presso la sede di servizio contigua a quella della residenza familiare non può essere fondato su una motivazione generica, avulsa dai parametri normativi previsti dall’art. 42 bis D.Lgs. 151/2011, segno di una supeficiale valutazione della situazione di fatto concreta che avrebbe meritato, invece, un approfondimento istruttorio. Il periodo di distacco usufruito dal dipendente ai sensi dell’art. 7 del D.P.R. n.254/1999 non può essere computato nel complessivo periodo di assegnazione provvisoria ex art. 42 bis L. 151/2001, trattandosi di misura eccezionale erogabile dall’amministrazione di appartenenza “per gravissimi motivi di carattere familiare o personale adeguatamente documentati”, eventualmente “anche in sovrannumero all’organico”

massima di Gloria Sdanganelli ©

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Tar Calabria, Catanzaro, sez.I, sentenza 30.12.2015 n.1620. Il soccorso istruttorio è istituto applicabile ai procedimenti amministrativi in quanto deriva deriva dalla previsione generale dell’art.6 l.241/90

La violazione del dovere del cd. “soccorso istruttorio” è previsto, in generale, dall’art. 6 della L. 241/90, secondo cui, alla luce del generale principio del “giusto procedimento” ex art. 97 Cost., il responsabile del procedimento è tenuto ad invitare gli interessati a rettificare eventuali irregolarità formali ( a condizione che non sia alterato il contenuto della documentazione e la par condicio nel caso di più aspiranti al medesimo bene giuridico), cui corrisponde, in ottica di leale collaborazione, la possibilità offerta al privato di sanare le istanze o le dichiarazioni incomplete.Nel caso specifico, essendo in contestazione proprio che la domanda fosse corredata o meno della relativa documentazione riferita ai singoli componenti della squadra di caccia, l’amministrazione resistente avrebbe dovuto, tempestivamente rispetto alla presentazione della domanda e comunque prima della conclusione del procedimento,cinghiale indicare per quali soggetti fossero carenti le fotocopie del “porto d’armi” che era stato comunque dichiarato sussistente per tutti, consentendo così l’integrazione documentale di un requisito che, secondo quanto prospettato da parte ricorrente e quanto sarebbe stato comunque facilmente accertabile, era sussistente al momento della domanda. In ottemperanza dell’effetto conformativo derivante dalla presente decisione, l’amministrazione resistente è tenuta pertanto a rifare l’istruttoria, riesaminando la domanda della squadra ricorrente, precisando a quale dei componenti si riferisce l’incompletezza (n. 16 copie di porto d’armi e n. 5 rinnovi di porto d’armi), e invitando parte interessata ad integrare la documentazione mancante, purché sia accertato che il requisito attestato dalla predetta documentazione sussista al momento della formulazione originaria dell’istanza. Solo all’esito di tale rinnovata istruttoria potrà pertanto assumere le determinazioni finali dirette all’assegnazione della zona di caccia secondo i criteri di priorità dettati dal regolamento.

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