Consiglio di Stato, Sezione Sesta, sentenza 21 luglio 2016 n. 3304. Il ritardo nella nomina a ricercatore universitario derivante da atti illegittimi obbliga la P.A. al risarcimento del danno per la perdita di chance di progredire nella carriera.

Al ricercatore universitario immesso in servizio in ritardo (dieci anni) rispetto alla nomina avvenuta in seguito ad azione da esso promossa dinanzi al giudice amministrativo per l’annullamento  della graduatoria del concorso, spetta il risarcimento dei danni per le retribuzioni non godute e per: a) la perdita di chance di accedere alle superiori qualifiche di professore associato e di professore ordinario; b) il mancato percepimento delle indennità previste per il personale universitario che svolga attività assistenziale; c) i mancati introiti derivanti dall’attività libero-professionale intramoenia o extramoenia che l’interessato avrebbe potuto svolgere. I provvedimenti illegittimi hanno determinato a danno del ricorrente la perdita di dieci anni di carriera universitaria precludendogli significative possibilità di carriera, sia in ambito universitario, sia in ambito professionale. carriera universitariaLa chance di accedere alla superiore qualifica di professore associato non risulta del tutto ipotetica ed eventuale, trattandosi di una possibilità effettiva, la cui plausibilità trova una duplice conferma: da un lato, si tratta di una progressione di carriera che, in base all’id quod plerumque accidit, è normalmente connessa alla carriera universitaria. Subordinare il risarcimento del danno alla certezza del risultato finale significherebbe disconoscere tout court la tutela risarcitoria della chance; che rappresenta un bene della vita (consistente nell’attuale possibilità di ottenere un’utilità futura) meritevole di autonoma tutela risarcitoria, la cui lesione dà luogo ad un danno emergente e non ad un lucro cessante. Ciò che si risarcisce, in altri termini, è la perdita attuale di un bene già presente nel patrimonio del danneggiato, non il mancato conseguimento di un futuro guadagno.

testo integrale Continua a leggere

Consiglio di Stato, Sezione Quarta, sentenza 20 luglio 2016 n.3250. E’ irragionevole la scelta urbanistica di trasformare un’area a vocazione industriale in area abitativa senza motivare sulla compatibilità fra di esse.

In sede di pianificazione generale del territorio, l’ampia discrezionalità di cui il Comune dispone in ordine alle scelte sulla destinazione dei suoli, non richiede una particolare motivazione al di là di quella ricavabile dai criteri e principi generali cui s’ispira il piano urbanistico comunale, che può esser censurata  quando appaia manifestamente illogica, irragionevole, contraddittoria, errata nei presupposti o viziata nel procedimento.piano urbanistico E’ affetta da irragionevolezza la scelta del Comune di trasformare un’area attigua a vocazione industriale, in area abitativa, per non aver considerato l’esistenza di una compatibilità equilibrata le due aree a differente vocazione urbanistica, e per non aver predisposto nel piano ab initio e con efficacia generale e non estemporanea, un complesso di regole ed indicazioni circa la compatibilità delle due vicende, ossia sul modo del corretto inserimento nel contesto esistente, in termini di distanze, altezze, dotazione e localizzazione degli standard.

motivazione redatta da: Gloria Sdanganelli ©

testo integrale Continua a leggere

Consiglio di Stato, Sezione VI, sentenza 18 luglio 2016 n. 3194. Il permesso di costruire in sanatoria esige la verifica della doppia conformità.

Il permesso in sanatoria ex art. 36 del d.P.R. n. 380 del 2001 richiede che l’intervento risulti conforme alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente al momento sia della realizzazione del manufatto e sia della presentazione della domanda – criterio della doppia conformità –  venendo viceversa in questione, con la “sanatoria giurisprudenziale”,condono-edilizio1 un atto atipico con effetti provvedimentali che si colloca al di fuori di qualsiasi previsione normativa e che pertanto non può ritenersi ammesso nel nostro ordinamento, contrassegnato dal principio di legalità dell’azione amministrativa e dal carattere tipico dei poteri esercitati dall’Amministrazione, alla stregua del principio di nominatività, poteri che non possono essere surrogati dal giudice, pena la violazione del principio di separazione dei poteri e l’invasione di sfere di attribuzioni riservate all’Amministrazione.

testo integrale Continua a leggere

Consiglio di Stato, Sezione Quarta, sentenza 7 luglio 2016 n.3014. Nelle procedure ad evidenza pubblica il falso innocuo non è rilevante se non come mancanza di diligenza nell’osservanza del bando.

Nelle procedure di evidenza pubblica il c.d. falso innocuo – quindi, una concreta manifestazione di un “reato impossibile “ per inesistenza dell’oggetto od inidoneità dell’azione ex art. 49 comma 2 cp – è istituto insussistente atteso che, la completezza delle dichiarazioni è già di per sé un valore da perseguire perché consente, anche in ossequio al principio di buon andamento dell’amministrazione e di proporzionalità, la celere decisione in ordine all’ammissione dell’operatore economico alla selezione; gara documentipertanto, una dichiarazione che è inaffidabile perché, al di là dell’elemento soggettivo sottostante, è falsa o incompleta, deve ritenersi già di per sé stessa lesiva degli interessi considerati dalla norma, a prescindere dal fatto che l’impresa meriti sostanzialmente di partecipare. L’intero sistema della disciplina delle procedure di evidenza pubblica poggia sulla presentazione, da parte delle imprese concorrenti, di dichiarazioni sostitutive che le vincolano in base all’elementare principio dell’autoresponsabilità e che devono essere rese con diligenza e veridicità. La falsa o errata dichiarazione, pur in carenza di intenzionalità o offensività penale, si traduce in assenza di diligenza a fronte delle prescrizioni del bando la cui inosservanza può generare l’effetto di incidere sulla par condicio dei concorrenti.

testo integrale Continua a leggere

Rinvio del PAT all’1 gennaio 2017. Paino: “Sono dispiaciuto. E’ un Paese che non vuole affrontare la realtà.”

Sono dispiaciuto per il rinvio di sei mesi, da parte del Consiglio dei ministri, del periodo di sperimentazione del processo amministrativo telematico. Un Paese che rinvia è un Paese che non vuole affrontare la realtà”. PainoLo ha affermato il Presidente del Consiglio di Stato Alessandro Pajno, in apertura del Congresso dell’Unione nazionale avvocati Amministrativisti a Genova. Questo congresso, ha sottolineato Pajno, era stato organizzato con “una regia perfetta, proprio in coincidenza con quello che doveva essere l’avvio del processo telematico; congresso che ci avrebbe accompagnato nel futuro, futuro che ora con il rinvio sa di passato”

Ora “possediamo solo il presente – ha aggiunto il presidente del Consiglio di Stato – un presente che è senza futuro. Il rinvio al primo gennaio 2017 è una circostanza molto italiana che non ci riporta alle migliori abitudini. Questi sei mesi allora dovranno servire per mettere meglio a regime il meccanismo del Pat e correggere eventuali errori, certo è che i regolamenti possono essere modificati”. “Spero – ha proseguito Pajno – che si tratti dell’ultimo rinvio. Occorre spendere nel modo migliore, a questo punto, il tempo che ci attende”. Sul piede di guerra e molto più duri gli avvocati: “Il rinvio del Consiglio dei ministri – ha tuonato il presidente dell’Unione nazionale avvocati Amministrativisti Umberto Fantigrossi – è stato un colpo di fulmine. Apprezzo l’equilibrio del presidente Pajno che ha certamente un approccio realista, ma noi diciamo basta. Basta essere trattati da sudditi, ci hanno messo di fronte al fatto compiuto”.

Fantigrossi ha poi aggiunto: “La decisione di rinviare sul Pat traccia un segno del passato, un brutto passato, noi responsabilmente abbiamo fermato le proteste di una parte dell’Avvocatura che voleva utilizzare l’arma dello sciopero e cercheremo di mantenere questo equilibrio”.

Fonte: askanews.it