Tribunale di Roma, I Sezione Lavoro, sentenza 19 febbraio 2018 n. 1266

L’art. 1 comma 519 l. 296/2006 riconosce alla P.A.  il potere di valutare, secondo canoni di discrezionalità amministrativa, la necessità o meno di procedere alla stabilizzazione, ma, una volta che detta scelta sia stata adottata mediante l’attivazione della procedura con l’emanazione del relativo avviso pubblico, essa, al pari di un datore di lavoro privato, ha l’obbligo di adempiere l’impegno assunto.stabilizzazione Il dipendente pubblico assunto a termine mediante procedura selettiva, in possesso del triennio di servizio e del titolo di studio per l’accesso all’esterno nelle singole qualifiche previsto dai vari sistemi di classificazione, ha il diritto di essere assunto in ruolo mediante stabilizzazione, con l’assegnazione del posto in organico corrispondente alla qualifica da assumere, risultante dalla dotazione vigente e dalla programmazione del fabbisogno. La fattispecie concreta non implicando la regolarità di procedure concorsuali, bensì la legittimità dell’applicazione dei criteri concernenti il diritto soggettivo degli interessati alla stabilizzazione, non comporta lo svolgimento di ulteriori prove selettive o una nuova valutazione discrezionale di titoli, bensì solo la verifica di requisiti temporali oggettivi dì durata del singolo rapporto di lavoro a tempo determinato non soggetta ad alcuna comparazione soggettiva propria delle procedure concorsuali prevista dall’art. 63, comma 4. d. lgs. 165/2001.

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Corte Dei Conti, Sezione Giurisdizionale per la Regione Lazio, sentenza 13 febbraio 2018 n.81

Ai fini della configurabilità del danno all’immagine della P.A., la diffusione della notizia dei reati commessi dai funzionari (clamor fori) costituisce il modo attraverso il quale viene realizzato il nocumento alla reputazione e alla onorabilità dell’ente pubblico, per effetto dell’illecito perpetrato dal proprio dipendente, oggetto di ampia propalazione mediatica per la loro gravità e durata, come da rassegna stampa in atti prodotta dal pubblico attore. tangentiDa essa emerge l’ampia risonanza che la vicenda ha avuto, occupando parecchi spazi sui principali organi di informazione che hanno ripetutamente descritto le condotte delittuose commesse dai convenuti, emblematico di un formidabile disprezzo dei valori fondanti il rapporto di impiego pubblico, mettendone in evidenza gli aspetti più gravi e disdicevoli (tangenti), tali da ingenerare ricadute negative sulla valutazione dell’opinione pubblica in ordine all’affidabilità del settore strategico degli appalti pubblici curati dall’Amministrazione di appartenenza( Presidenza del Consiglio dei Ministri, Consiglio Superiore dei Lavori pubblici, Provveditorato alle Opere Pubbliche). Il danno all’immagine deve ritenersi evidente ove un soggetto, legato da rapporto di servizio, ponga in essere una pluralità di comportamenti criminosi (corruzione) da sottoporre, ai fini probatori, ad una lettura complessiva e non atomistica, di quei comportamenti del privato e dei pubblici ufficiali costituenti il prezzo della funzione amministrativa compromessa. La lesione dell’immagine pubblica, benchè non comporti una diminuzione patrimoniale diretta, è tuttavia suscettibile di una valutazione patrimoniale, da effettuarsi equitativamente, ex art. 1226 c.c., sulla base dei parametri soggettivo, oggettivo e sociale, come peraltro prospettato dal Procuratore regionale,cui incombe, ai sensi dell’art. 2697 c.c., l’onere di fornire congrui parametri per la quantificazione del danno.

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Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale per la Regione Sardegna, sentenza 15 dicembre 2017 n. 160

Il pubblico dipendente nei cui confronti è stata applicata la pena per patteggiamento in ordine ai reati di associazione a delinquere e di turbata libertà degli incanti, risponde del danno all’immagine procurato alla amministrazione di appartenenza, in quanto, in disparte la indubbia risonanza sociale del reato commesso come appalti truccaticomprovato dai vari articoli di stampa versati in atti, dal comportamento delittuoso da esso serbato è derivato un vulnus al prestigio delle amministrazioni coinvolte, anche in ragione del ruolo di particolare rilievo (responsabile dell’ufficio tecnico), specie in piccole comunità. Il modo di condurre le gare, incidente, negativamente e in maniera profonda, sulla stessa organizzazione amministrativa, evidenzia la sussistenza di tutti i negativi risvolti di natura sociale, originati da un operare in cui l’interesse personale sopravanza, di gran lunga, i doveri di lealtà e correttezza imposti a ciascun pubblico dipendente. Tali risvolti sono legati alla negativa impressione suscitata nell’opinione pubblica locale, ed anche all’interno della stessa Amministrazione, mentre l’eventuale clamor fori,e la diffusione ed amplificazione del fatto operata dai mass-media, non integrano la lesione del bene tutelato, ma ne indicano semplicemente la dimensione, diventando, per tale aspetto, uno dei parametri utilizzabili per una quantificazione del danno commisurato nel doppio della somma di denaro o del valore patrimoniale di altra utilità illecitamente percepita dal dipendente, in applicazione della disposizione prevista dal comma 1-sexies dell’articolo 1 della legge 14 gennaio 1994, n. 20, come introdotto dalla legge n. 190/2012.

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Corte d’Appello di Genova, Sezione Lavoro, sentenza 29 novembre 2017 n.478

E’ contraria al canone di buona fede e correttezza del datore di lavoro pubblico la sospensione provvisoria delle indennità relative alla posizione  di alta professionalità impiegato pubblicosul presupposto dell’affievolimento del rapporto fiduciario con la P.A. a causa di una condanna penale a carico del dipendente e dell’avvio di un procedimento disciplinare. Anziché incidere sulla parte economica correlata allo svolgimento delle funzioni inerenti all’incarico di alta professionalità, l’amministrazione avrebbe dovuto, a seguito dei fatti di rilievo penale e disciplinare, destinare il dipendente ad altro incarico, facendo venire meno il titolo per il riconoscimento dell’alta professionalità – in ordine al quale non sussiste il diritto del dipendente ad ottenerlo – e del pagamento della conseguente indennità.

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Tribunale di Venezia, Sezione Lavoro, sentenza 26 luglio 2016 n. 493

Non è meritevole di tutela la pretesa del dipendente appartenente al Corpo di Polizia Municipale, di essere esentato dalla dotazione dell’arma poiché l’esercizio dei servizi esterni di vigilanza, protezione della casa comunale, vigilanza e protezione all’armeria del Corpo, notturni e di pronto intervento, connaturati alla qualità di agente di pubblica sicurezza, vigili urbanideve essere svolto da personale armato. Il regolamento comunale può estendere l’assegnazione a tutto il personale appartenente al Corpo di Polizia Municipale della dotazione di un’arma in via continuativa, disponendo che tutti i servizi effettuati dal personale della Polizia Municipale siano svolti da personale armato, ad eccezione degli appartenenti alla categoria di obiettore ai sensi della l. n. 772/1972.

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Tribunale di Torino, Sezione Lavoro, sentenza 9 maggio 2017 n. 576

L’assoluzione del pubblico dipendente comunale a conclusione del processo penale per truffa aggravata e peculato al quale era stato sottoposto non impedisce il procedimento disciplinare a suo carico, potendo i fatti essere rivalutati in quella diversa sede non certo nella loro consistenza oggettiva, ciò che effettivamente è precluso dalla sentenza di assoluzione, bensì nella loro rilevanza ai fini di integrare la distinta fattispecie disciplinare. In sede disciplinare, l’amministrazione è libera di valutare autonomamente gli atti del procedimento penale, senza necessità di una ulteriore ed autonoma istruttoria, e di avvalersi dei medesimi atti, in sede d’impugnativa giudiziale, per dimostrare la fondatezza degli addebiti.procedimento disciplinare
L’avere timbrato la propria presenza in servizio in orari in cui il dipendente si trovava presso la propria abitazione o in altro luogo diverso dalla sede di servizio e per motivi estranei al proprio ufficio costituisce elusione dei sistemi di rilevamento elettronici della presenza e dell’orario o manomissione dei fogli di presenza o delle risultanze anche cartacee degli stessi. Eludere significa sottrarsi ad un controllo ed indubbiamente l’utilizzo del badge in modo improprio impedisce al datore di lavoro di controllare l’effettiva presenza in servizio del dipendente, esigenza nella specie ancora più pregnante tenuto conto che l’attività lavorativa si svolgeva per lo più al di fuori dell’ufficio

Massima di Gloria Sdanganelli © Continua a leggere